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Si conclude la ricerca sui due ceppi algali B. braunii e S. obliquus

A Napoli si è conclusa una ricerca effettuata su due ceppi algali, Botryococcus braunii e Scenedesmus obliquus, per verificare la capacità di produrre lipidi risparmiando Botryococcus brauniirisorse idriche. Lo studio è stato portato avanti dai ricercatori del Centro Interdipartimentale di Ricerche per la gestione delle risorse idrobiologiche e per l’acquacoltura (CRIAcq) dell’Università Federico II di Napoli in collaborazione con l’Università britannica di Cranfield, con la COGEI e con il Ministero per lo Sviluppo Economico.

Entrambe le alghe sono verdi e unicellulari, di acqua dolce e possono assumere comportamento coloniale. Nello specifico, Botryococcus braunii è nota in letteratura per la sua capacità di accumulo dei lipidi, utilizzabili eventualmente come biodiesel, ed è stata acquistata dalla Germania (questo ceppo è studiato in tutti i laboratori del mondo); mentre Scenedesmus obliquus è nota per la sua resistenza e adattamento a numerosi terreni di coltura ed è diffusa nella maggioranza dei biomi del pianeta).

L’esperimento si è svolto inizialmente in laboratorio, utilizzando l’acqua depurata dagli scarichi di due depuratori del Golfo di Napoli dotati di tecnologia MBR, e successivamente l’esperimento è proseguito su scala pilota, aumentando i quantitativi d’acqua utilizzati: da 5 litri a 100 litri. Gli effluenti utilizzati erano microbiologicamente quasi puri, in quanto depurati al 99% e le concentrazioni di azoto e fosforo rientravano nei limiti imposti dalle normative vigenti.

Usando diluizioni note e studiando le colture per 20 giorni in laboratorio si è misurato un notevole abbattimento di questi quantitativi: Scenedesmus  ha assorbito il 99% di azoto e il 96% di fosforo, mentre Botryococcus il 94% e il 90%. Su scala pilota, quindi in fotobioreattori più grandi e in condizioni più variabili (vista la natura del terreno), l’abbattimento si è fermato attorno al 90%. Le basse concentrazioni di questi nutrienti sono state fondamentali per la ricerca, in quanto entrambe le microalghe studiate, in carenza di azoto e fosforo, aumentano la produzione e l’accumulo di lipidi specialmente acidi grassi polinsaturi, ottimi per la produzione di biodiesel grazie alla loro bassa viscosità.

Alla fine di ogni ciclo sono state misurate le quantità di azoto e fosforo, ed è stata valutata la concentrazione lipidica rispetto alla biomassa algale, che sulla base anche delle simulazioni potrebbe arrivare a quote significative, soprattutto per Scenedesmus. Il fine ultimo della ricerca è l’impiego di microalghe per trasformare gli effluenti delle acque di depurazione in una risorsa.

L’acqua utilizzata per queste colture, in tal modo, sarebbe a costo a zero. Inoltre, visto che le microalghe non competono per l’uso del terreno con le colture tradizionali, si libererebbe spazio per fini agricoli. “L’acqua trattata potrebbe essere utilizzata per l’agricoltura – spiega la dott. Carmela Barone, responsabile del progetto – o per  il raffreddamento di strutture industriali. Si apre una possibilità anche per le piccole comunità che potrebbero dotarsi di un depuratore di ultima generazione affiancato da questo sistema di trattamento, ottenendo biodiesel e, dalla centrifugazione delle alghe, fertilizzante, biogas e combustibile per inceneritori. Bisogna, infine, investire per analizzare la sostenibilità economica del progetto, ancora non valutata.” Dal punto di vista ambientale è sostenibilissimo, in quanto le alghe sono d’acqua dolce e non possono avere un effetto invasivo in mare.

Stefano Erbaggio


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