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Pacemaker cerebrale: riduce la depressione

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Stimolando il cervello con precisi impulsi è possibile ridurre i sintomi di origine depressiva.

Quando i livelli di umore scendono e la depressione sale la possibile presenza di un elettrodo che stimoli progressivamente il cervello previene sino a limitare i sintomi tipici della depressione.

Lo studio si è svolto ad Atlanta (Georgia) presso Emory University, la ricerca è stata pubblicata sull’Archives of General Psychiatry.

Secondo quanto dichiarato dal ricercatore a capo dello studio, il prof. Helen Mayberg, lo studio è stato il primo a dimostrare come una stimolazione elettrica controllata possa influire positivamente nei confronti della depressione, patologia dove buona parte delle terapie attuali sia di origine farmacologica che derivanti da sedute falliscono. E’ in ogni caso importante tener presente che seppur potenzialmente valido il metodo non è considerato come una cura.

Inverosimilmente la presenza dei  “pacemaker” adattati all’organismo, sempre più, sta diventando una valida modalità terapeutica in grado di rallentare e sino inibire una serie di patologie molto vasta. L’uso più noto è senz’altro quello applicato all’apparato cardiaco. Ma anche nel caso dell’applicazione al cervello non è il primo uso. Uno studio italiano del 2011 dimostrava come l’applicazione di un pacemaker cerebrale rallentasse il decorso del Parkinson interagendo con il cervello, stimolandolo opportunamente sino a coordinarlo.

Una ricerca molto simile era stata condotta da un team tedesco, presso la facoltà di Psichiatria dell’Università di Bonn, guidato da Thomas Schlaepfer che ha annunciato: “Uno dei principali traguardi in ambito neuropsichiatrico è stato definire e capire come la depressione sia una malattia che colpisce i circuiti cerebrali”. Il team, pur avendo ottenuto risultati simili, non è riuscito a raggiungere gli stessi di quello statunitense.

Nella fattispecie i due team hanno operato in aree diverse del cervello. Il team tedesco ha applicato gli elettrodi di stimolazione all’altezza del Nucleus accumbens. Il team dell’università statunitense li hanno applicati nell’area sub callosa del giro del cingolo. L’idea di base era circa la stessa il secondo team, tuttavia, puntava alla stessa meta con l’unica differenza che quest’ultimo puntava sulla durabilità e sul funzionamento per grandi lassi di tempo.

Le modalità di svolgimento della ricerca hanno visto partecipi un totale di 17 pazienti. I primi 10 erano affetti da disturbi depressivi maggiori rispetto ai restanti 7 affetti da disturbi bipolari. Per effettuare una stimolazione quanto più profonda sono stati installati, in tutti i pazienti, gli elettrodi nell’area sub callosa del cingolo. Per evitare il cosiddetto effetto placebo i ricercatori hanno fatto credere ai partecipati che solo alcuni di loro avrebbero avuto la stimolazione in tempo reale, tutti gli altri avrebbero dovuto aspettare circa 4 settimane. Non effettuando la stimolazione ed osservando i risultati i ricercatori hanno escluso possibili effetti placebo causati dall’inserimento degli elettrodi. Nessuno, infatti, segnalava la presenza di alcun miglioramento.

A seguito dell’inizio della sperimentazione la rierca ha dimostrato che nell’arco di due anni, con una stimolazione continua, in 11 su 12 pazienti giunti alla fine la terapia aveva rimosso o limitato i sintomi della depressione ed i rispettivi comportamenti annessi. I risultati si sono visti sia nei pazienti con disturbi bipolari che in quelli con disturbi depressivi maggiori. I risultati, in alcuni casi, si sono manifestati solo dopo un anno intero.


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