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Migrazioni umane nel Paleolitico della Cantabria

Gli studiosi dell’Istituto Internacional de Investigaciones Prehistoricas de Cantabria (IIPC) di Santander hanno rinvenuto le tracce degli esseri umani che, durante il Paleolitico, abitavano la regione corrispondente all’omonima provincia nel Nord della Spagna, un tempo chiamata ‘Provincia di Santander’.

Attraverso opportuni programmi informatici per l’analisi geografica, i ricercatori sanno ora che le popolazioni nomadi dell’epoca abbandonarono gradualmente i ripari rocciosi e le grotte d’alta quota per andare a vivere nelle zone pianeggianti.

Monte Pando (Cantabria), sito archeologico delle grotte Myron e El Horno                      (credit: Manuel R. Gonzàlez Morales)

Monte Pando (Cantabria), sito archeologico delle grotte Myron e El Horno
(credit: Manuel R. Gonzàlez Morales)

Quale fu il motivo alla base di queste migrazioni, viene da chiedersi?

Fu solo la curiosità o la necessità di scoprire nuovi luoghi, oppure la spinta venne dal desiderio di conquistare nuovi spazi?

A questa domanda avrebbero risposto certamente meglio gli esseri umani che popolavano la costa Cantabrica del Golfo di Biscaglia durante il Paleolitico.

Lo studio spagnolo, pubblicato sul Journal of Anthropological Archaeology, analizza la visibilità dei siti paleolitici nella metà occidentale della Cantabria e le province di Biscaglia e Guipozcoa, utilizzando programmi informatici per l’analisi geografica dei luoghi.

“Abbiamo scoperto che i cacciatori nomadi e raccoglitori che vivevano in queste terre tra 17000 e 10700 anni fa, abbandonarono le grotte e i rifugi sulle colline, o comunque posti in alta quota, stanziandosi nei fondivalle o sulle pendici più basse delle colline”, spiega Alejandro Garcia Moreno, dell’Università di Cantabria, autore principale della ricerca.

I siti più antichi si trovano su montagne tondeggianti, come El Castello, in Cantabria e Santimamine, in Biscaglia, e risaltano nel paesaggio; ossia, in altre parole, non solo offrono un buon punto di osservazione, ma sono anche ben visibili da lontano.

Durante il Paleolitico nascono nuovi siti, molti dei quali collocati in grotte precedentemente disabitate, ad una altitudine più bassa.

“Gli occupanti di queste grotte non avevano la possibilità di guardare molto lontano. La visuale doveva essere sicuramente ristretta”, afferma lo scienziato.

Complessivamente, i ricercatori hanno studiato 25 siti archeologici del Paleolitico superiore appartenenti a due periodi – conosciuti come Magdaleniano (17000-11000 anni fa) e Aziliano (12000-9500 anni fa), coincidenti, rispettivamente, con un’ultima fase fredda e una fase più mite della glaciazione di Wurm – utilizzando un sistema geografico informativo computerizzato o Geographic Information System (GIS), che permette l’acquisizione, la registrazione, l’analisi, la visualizzazione e la restituzione di informazioni derivanti dai dati geografici.

Il GIS, in altri termini, è un sistema informativo che consente di gestire e analizzare i dati spaziali, associando a ciascun elemento geografico una o più descrizioni alfanumeriche e fornendo così – tra le varie altre funzioni – informazioni geometriche e topologiche, altrimenti non rilevabili dalla cartografia tradizionale.

Tornando alle popolazioni del Paleolitico cantabrico, si sottolinea che nel corso di questo periodo preistorico avvennero cambiamenti climatici e significative trasformazioni sociali.

Cronologicamente, siamo alla fine dell’ultimo periodo glaciale e nuovi strumenti, nel frattempo, avevano fatto la loro comparsa, come, ad esempio, gli arpioni.

In questo periodo avvennero anche cambiamenti sociali, culturali e ideologici: uno fra tutti, la scomparsa dell’arte rupestre.

L’interpretazione dei dati espressa dai ricercatori nel recente studio porta a concludere che le scelte di questi antichi esseri umani, al momento di decidere su un habitat, potrebbero essere state motivate da due ragioni parallele, che comunque non si escludono a vicenda.

In primo luogo, la caccia alle grandi mandrie di animali era divenuta meno diffusa.

“Gli esseri umani stavano cominciando ad adottare una dieta più varia, cosicché non era poi così importante proteggere il proprio territorio e sorvegliare gli spostamenti delle mandrie.

Piuttosto, questi gruppi umani avevano maggiore necessità di un accesso più diretto alla varietà di risorse reperibili nelle immediate vicinanze”, sottolinea Garcia Moreno.

L’altra spiegazione è prettamente sociale: sembra che, alla fine del Paleolitico, le comunità umane si sciogliessero e, nei loro movimenti nomadi, cominciassero a ridurre gli spostamenti su distanze più brevi, mentre andavano indebolendosi i contatti sulle grandi distanze.

“Questi problemi di organizzazione sociale sono difficili da affrontare, in quanto non tendono a lasciarsi dietro tracce o prove materiali evidenti.

E’ possibile che i grandi siti, molto visibili nel paesaggio, abbiano iniziato a perdere la loro funzione di luoghi simbolici in cui potevano incontrarsi i diversi gruppi umani e per questo le scelte sarebbero potute ricadere su aree più piccole, che potremmo definire più pratiche, dal punto di vista logistico”, conclude lo studioso.

Leonardo Debbia
2 febbraio 2014


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Aggiunto in: Antropologia, Ricerca & Scienza

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