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Il Terremoto: Emilia Romagna e dintorni

Dalla mezzanotte alle ore 16 del 9 giugno 2012 la terra in Emilia ha tremato 14 volte, con scosse di magnitudo compresa tra 2.3 e 3.4, in rapida successione. Alle ore 4.04 anche nella zona prealpina veneta, tra le province di Belluno e Pordenone, è stata avvertita una forte scossa di magnitudo 4.5 con ipocentro localizzato a 7 km di profondità.

Il giorno prima, 8 giugno, la Commissione Grandi Rischi aveva annunciato “Possibili nuove scosse di terremoto”, mettendo in allarme la popolazione; salvo poi, a seguito delle proteste sollevate dai sindaci emiliano-romagnoli a causa del panico generato dal comunicato, rettificare l’affermazione precedente, dicendo che “i terremoti in Emilia potrebbero fermarsi qui e decrescere, ma un rischio di ripresa c’è”, concludendo con un generico “altri terremoti possono avvenire altrove”, e giustificandosi per l’allarmismo procurato dalla dichiarazione, qualificandola come una esortazione alla messa in sicurezza degli edifici.
Si dovrebbe evitare di emanare comunicati come questo, ufficiali e credibili dato che provengono da funzionari quali Luciano Maiani, Presidente della Commissione Grandi Rischi, oggetto peraltro di critiche anche da parte dell’ex-Presidente dell’INGV, prof. Enzo Boschi. Le notizie di questo tenore non fanno che aggravare le tensioni, già alte di per sè, fornendo scenari non corrispondenti ad una valutazione scientificamente corretta del fenomeno.
“Ma cosa succede in realtà”, tutti si chiedono? E soprattutto: “Quando, tutto questo finirà?”. Proviamo a dare qualche risposta, esaminando la successione degli eventi più significativi:

20 maggio 2012, ore 04.03 : Forte scossa nel Modenese. Colpiti i comuni di Finale Emilia, S.Felice sul Panaro, Cavezzo, Midolla; avvertita anche nelle Marche e in Toscana. Registrata magnitudo 6.
Le scosse sono proseguite per tutta la notte con magnitudo variabile tra 2 e 3 (massima intensità alle ore 3.03).
Anche l’ ipocentro si sposta dai 2,5 ai 5 km di profondità. Si hanno vittime e crolli.
Gli esperti spiegano che alla base c’è un movimento verso Nord della microplacca adriatica.
Unendo lo spostamento degli epicentri delle prime 24 ore, si registra una striscia che va da Est ad Ovest. La microplacca adriatica, che dall’Africa preme verso NE, si sposta di 4 mm all’anno e la faglia si è spaccata in corrispondenza della Pianura Padana. Il fronte della faglia è lungo una quarantina di Km e taglia la Val Padana da Est ad Ovest, tra Ferrara e Modena.

Ubicazione delle scosse del 20 maggio 2012

Segnali “premonitori” si erano già verificati nel gennaio 2012 nella zona appenninica tra Reggio Emilia e Parma, con episodi di magnitudo 4.9 e 5.4 a distanza di pochi giorni. Gli ipocentri erano stati individuati rispettivamente a 30 e 60 km di profondità. Era interessata la stessa microplacca adriatica dei sismi tuttora in corso.

29 maggio, ore 9: Forte scossa avvertita in tutta l’Italia Centro-settentrionale. Epicentro in una zona compresa tra i comuni di S.Felice sul Panaro, Cavezzo, Mirandola, Medolla. Il sisma è stato avvertito nel Mantovano, nel Bolognese, e in grandi città come Padova, Milano, Bologna. Magnitudo 5.8; ipocentro a 10,2 Km. Si hanno vittime e crolli.
Alla prima scossa sono susseguite altre tre, di intensità intorno ai 5 gradi Richter, tra le 12.55 e le 13.00, intervallate dagli sciami sismici che sempre accompagnano queste manifestazioni.

Riproduzione dell’area interessatadal sollevamento del periodo 20-29 maggio 2012, evidenziato dalle differenze di colore.

 

In conseguenza degli eventi sismici succedutisi dal 20 maggio in poi, nella regione Emilia- Romagna, si è sollevata di 12 cm un’area di 50 km quadrati (v. figura). A queste conclusioni sono giunti CNR, ASI e INGV dopo le rilevazioni satellitari Cosmo-SkyMed programmate per monitorare l’intera area dal Nord Appennino fino alla Pianura Padana dopo le scosse del 29 maggio.

3 giugno, ore 21.20: Nuova scossa con epicentro a Novi di Modena, avvertita nella bassa Modenese e in tutto il Nord-Italia. Magnitudo 5.1.
L’INGV ritiene che con ogni probabilità questa scossa non sia da ritenersi una scossa di assestamento del primo sisma ma, data la distanza di tempo (9 giorni) e l’intensità appena inferiore alla scossa del 20 maggio di 0,2 gradi Richter, sia da considerarsi come l’apertura di una nuova faglia.

5 giugno, ore 6.08: Scossa di magnitudo 4.5 al largo di Ravenna, a 80 Km dal fronte sismico dei giorni scorsi. Epicentro in mare e ipocentro localizzato alla profondità di 25 Km.
Nuovo ipocentro, nuova faglia. Non pare esista alcuna relazione con la faglia dei terremoti del Ferrarese e del Modenese dei giorni scorsi, anche se appartenente alla stessa struttura geologica. Francesco Mele, studioso dell’INGV, spiega che il sisma “è stato generato dalla struttura Malalbergo-Ravenna, che costituisce l’estremità più orientale dell’arco di Ferrara, cioè della struttura all’origine dei terremoti del Ferrarese e del Modenese dei giorni scorsi.” e che “Il terremoto di Ravenna è circoscritto a quell’area e non ha nulla a che vedere con quello dell’Emilia”.
La magnitudo 4.5 proviene da un ipocentro molto profondo (25 Km) per cui l’energia liberata, attraversando gli strati sovrastanti e considerando la distanza, è andata via via attenuandosi gradualmente.
“L’importante è rendersi conto – si ribadisce – che non siamo di fronte ad un fenomeno esteso che sta coinvolgendo tutto il Centro-Italia”.
Il numero complessivo delle vittime è di 26 morti e 14.000 sfollati.
Warner Marzocchi, Dirigente di ricerca dell’INGV, parla di effetto domino e smentisce le teorie che il quotidiano tedesco Der Spiegel aveva pubblicato: “Nessun terremoto dividerà il nostro paese”, ha assicurato Marzocchi. “Queste scosse potrebbero comunque durare per anni. Considerata la complessa struttura sismica dell’Emilia-Romagna, non si possono tuttavia escludere nuovi sismi di intensità pari a quello del 20 maggio”.
La crisi sismica, sostiene anche Alessandro Amato, sismologo dell’INGV, è il risultato di un movimento della microplacca adriatica (appendice della placca africana) che si immerge sotto l’Appennino settentrionale, spingendolo contro la Pianura Padana e facendolo inarcare. Dalla sequenza di scosse si nota che dalla prima del 20 maggio a S.Felice (magnitudo 5.9) c’è stato uno spostamento degli epicentri verso Est, quindi dalla scossa del 29 maggio (magnitudo 5.8) un ritorno verso Ovest.
E stata esclusa alcuna relazione sia con le oscillazioni umbro-marchigiane del 1996-98 che con quella aquilana del 2010, entrambe caratterizzate da una dinamica distensiva, opposta alla attuale, compressiva.
“Sul lungo periodo l’energia dovrà necessariamente decadere e quindi attenuarsi”, rassicura Marzocchi.

9 giugno, ore 4.04: La terra trema nella fascia prealpina, tra le province di Belluno e Pordenone con una intensità di magnitudo 4.5. L’ipocentro è individuato a 7 km di profondità, nella crosta terrestre superficiale, ma è sufficiente per spaventare la popolazione e indurla a ritenere il sisma correlato con i recenti eventi dell’Emilia-Romagna.

Area delle Prealpi venete interessata dal sisma del 9 giugno. Non c’è alcuna relazione con gli eventi sismici dell’Emilia-Romagna.

Area delle Prealpi venete interessata dal sisma del 9 giugno. Non c’è alcuna relazione con gli eventi sismici dell’Emilia-Romagna.

Conclusioni
Riassumendo, si sono avuti ben 4 eventi sismici in un breve periodo, di cui almeno tre sicuramente indipendenti l’uno dall’altro, anche se il movimento geotettonico che li ha originati è sostanzialmente lo stesso: la spinta della microplacca adriatica (e quindi della ben più grande placca africana) contro la placca eurasiatica. L’area interessata si è trovato compressa e schiacciata tra gli Appennini e le Alpi e, come risultato, l’Appennino nord-occidentale, la Pianura Padana e le Prealpi ne hanno risentito e continuano a risentirne gli effetti.
“Ma fino a quando?” – tutti si chiedono. Ed è vero che la Pianura Padana sarà polverizzata e che, come si è sentito profetizzare da qualche organo mediatico catastrofista, la penisola italiana ruoterà fino allo scontro inevitabile con l’Europa, chiudendo così anche l’Adriatico?
Inutile dire che questi scenari apocalittici non fanno parte di un esame serio del problema, ma attengono più a temi cari ai produttori hollywoodiani.
Evoluzioni su scala continentale di tale portata, anche se venissero realizzate con simulazioni al computer, necessiterebbero di migliaia, se non di milioni di anni per verificarsi.
Per quanto concerne invece la durata degli eventi sismici in atto, anche se previsioni esatte siano da ritenersi sempre azzardate, si deve attendere necessariamente che le enormi tensioni accumulate negli strati inferiori della crosta terrestre liberino l’energia e – come sostiene Marzocchi, si debba aspettare il loro decadimento naturale, l’attenuazione e infine la scomparsa. Nel frattempo, sarebbe auspicabile e opportuno che si entrasse in una logica di prevenzione che purtroppo, nonostante le precedenti catastrofi analoghe, tuttora manca nel nostro Paese. Le costruzioni antisismiche, unitamente ad una educazione comportamentale durante le crisi, sarebbero un modo corretto di confrontarsi con altri eventi simili che, data la natura in continua evoluzione del nostro territorio, non è detto cessino con il cessare di questa emergenza.
Questa conclusione non deve essere interpretata come una resa incondizionata alla natura. Tutt’altro! Gli eventi naturali non sono di per sé né buoni né cattivi. Soltanto, si deve conoscerli per poi sapere come essere in grado di gestirli.

 

Leonardo Debbia


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