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Giù dalle piante e con i piedi per terra: la nascita del bipedismo

Una nuova ricerca sfida le teorie evoluzioniste tradizionali sul passaggio al bipedismo dei nostri primi antenati (fonte: ScienceDaily)

Una nuova ricerca sfida le teorie evoluzioniste tradizionali sul passaggio al bipedismo dei nostri primi antenati (fonte: ScienceDaily)

Perché gli esseri umani camminano in posizione eretta?

Per cercare di dare una risposta a questa domanda che da tempo incuriosisce e fa discutere la comunità scientifica internazionale, un nuovo studio dell’Università di York propone una nuova teoria evolutiva sul passaggio dei nostri primi antenati da quadrimani adattati alla vita arboricola a bipedi in grado di camminare e arrampicarsi agilmente su ogni tipo di terreno, per quanto scosceso o difficoltoso questo si presenti.

Lo studio, intitolato “Topografia complessa ed evoluzione umana: l’anello mancante” è stato condotto dalla dottoressa Isabelle Winder, del  Dipartimento di Archeologia della stessa Università e dal suo team, in collaborazione con i ricercatori dell’ Institut de Physique du Globe di Parigi. La sua pubblicazione può essere trovata sulla rivista Antiquity del maggio scorso.

I ricercatori sostengono che gli inizi della nostra andatura eretta possono aver avuto origine in relazione al territorio aspro dell’Africa orientale e meridionale. La posizione eretta sarebbe stata forgiata in seguito, nel corso del Pliocene, dalla presenza dei vulcani e dai movimenti delle zolle tettoniche continentali che avrebbero condizionato i movimenti di questi gruppi primitivi.

Tra i sei e i due milioni di anni fa, gli ominidi nostri primi antenati vivevano esclusivamente in quella parte di Africa e avrebbero potuto essere attratti dagli affioramenti rocciosi e dalle forre del terreno in quanto questi offrivano riparo e opportunità di intrappolare le prede durante le battute di caccia. Inoltre, avere una posizione eretta era indispensabile anche per inerpicarsi su terreni ripidi, per trasportare armi o attrezzi su collinette o dune, costituendo così una spinta naturale verso il bipedismo.

“Per un animale che si muove su un terreno accidentato, la superficie è cosparsa da molti ostacoli, sassi e rocce con rotture a diverse altezze e angolazioni”, spiega la Winder. “Se si utilizzano quattro arti per trasportare il peso del corpo, si potranno avere più probabilità che uno degli arti possa scivolare. E’ certamente un vantaggio se si può bilanciarsi su due o tre arti e usare gli altri, o l’altro, per reggersi”.

La ricerca di York sfida le ipotesi tradizionali della scienza ufficiale.

Finora è stata universalmente accettata l’ipotesi che i primi antenati siano stati indotti ad abbandonare gli alberi e a scendere sul terreno a fronte dei cambiamenti climatici, che avevano ridotto considerevolmente la copertura arborea.

“La nostra ricerca mostra che il bipedismo può essersi sviluppato come una risposta alle sollecitazione del terreno piuttosto che ai cambiamenti della vegetazione prodotti dai cambiamenti climatici”, propone la Winder.

L’abbandono della vita arboricola da parte degli ominidi nelle due diverse ipotesi (fonte: Antiquity)

L’abbandono della vita arboricola da parte degli ominidi nelle due diverse ipotesi (fonte: Antiquity)

“Il terreno scosceso e accidentato avrebbe offerto dei vantaggi agli ominidi in termini di sicurezza e di ricerca del cibo, ma anche una motivazione per migliorare le proprie capacità motorie per arrampicarsi, bilanciarsi sul corpo, inerpicarsi e muoversi agilmente e rapidamente su quel tipo di terreno, sviluppando e migliorando tutti quei movimenti che giocavano a favore di un’andatura eretta”.

Così le gambe dei nostri antenati si sarebbero adattate a sostenere il peso del corpo e le loro mani sarebbero state utilizzate per una maggior stabilità, per poter scalare alture rocciose e, in ultima analisi, per usare eventuali utensili.

Lo studio sottolinea, infatti, che le mani e le braccia degli ominidi, una volta raggiunta la posizione verticale, erano libere di sviluppare una maggiore abilità manuale nell’uso di utensili, segnando pertanto un’ulteriore tappa fondamentale della storia evolutiva.

Ancora, la conformazione e lo sviluppo dello scheletro del piede nell’adattamento alla corsa potrebbe essere il risultato di un passo successivo al raggiungimento della stazione eretta, le incursioni nelle pianure circostanti il territorio abituale, all’inseguimento di prede o alla ricerca di nuovi rifugi.

La dottoressa Winder continua: “La varietà del terreno può aver contribuito anche a migliorare le capacità cognitive, come l’orientamento e la capacità di comunicazione, in accordo con la continua evoluzione del nostro cervello, nonchè le funzioni sociali, come la cooperazione ed il lavoro di squadra”.

“La nostra ipotesi” – ha aggiunto, con ostentata sicurezza, la studiosa  – “offre una valida alternativa al cambiamento di vegetazione e all’ipotesi dei cambiamenti climatici, spiegando i processi-chiave dell’evoluzione degli ominidi e offre uno scenario più convincente delle ipotesi tradizionali”.

Leonardo Debbia
15 giugno 2013

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Aggiunto in: Antropologia, Ricerca & Scienza

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