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Fine del Pleistocene. Nuova prova dell’impatto di materiale extraterrestre

Un team internazionale diretto da James Kennett, professore di Scienze della Terra dell’Università Santa Barbara della California, ha scoperto del materiale allo stato vetroso in strati sottili di roccia sedimentaria negli Stati Uniti (Pennsylvania e South Carolina) e in Siria.
I ricercatori ritengono che il materiale, datato all’incirca sui 13.000 anni, si sia formato a temperature comprese tra 1700°C e 2200°C e costituisca il risultato di un impatto di materiale cosmico con la Terra.

Immagini al microscopio di granuli di quarzo fuso inclusi in uno strato roccioso a seguito di un probabile impatto cosmico. II materiale in esame è stato rinvenuto ad Abu Hureya – Siria. Sono ben evidenti le tracce lasciate dallo scoppio delle bolle e la tessitura fluida, risultati della fusione della roccia alle altissime temperature.

Questi nuovi dati sono le ultime prove, in ordine di tempo, a sostegno della controversa ipotesi con cui si ritiene che 12.900 anni fa la Terra sia stata interessata da un impatto con materiale cosmico, in coincidenza con la comparsa di un insolito periodo climatico freddo, denominato Younger Dryas. Lo Younger Dryas o Dryas recente, fu un periodo “stadiale”, ovvero uno stadio climatico di temperature più fredde, posto all’interno di un periodo interglaciale (fra una glaciazione e la successiva) che, sia per la breve durata – in riferimento alle scale geologiche – che per l’intensità, non può essere considerato una glaciazione vera e propria, e che popolarmente è conosciuto anche come “ultima Era glaciale”. Il Dryas antico, il Dryas recente e la Piccola Era glaciale sono tutti esempi di stadiali.

Il Dryas recente fu caratterizzato sia dal freddo che dall’aridità, ebbe una durata approssimativa di 1300-1400 anni, tra i 12.900 e gli 11.500 anni fa e segnò la fine del Pleistocene. A questo episodio freddo seguì, infatti, il periodo temperato Preboreale con cui ebbe inizio l’Olocene.
In Europa è conosciuto anche come “stadiale Nahanagan” in Irlanda, “stadiale Loch Lomon” nel Regno Unito e, più di recente, “1° stadiale della Groenlandia o GS1”. Difficile dire se questo breve periodo abbia interessato tutto il pianeta. Di sicuro, è stata riscontrata un’ampia simultaneità di questo evento nell’Europa nord-occidentale e in Groenlandia. Le documentazioni esistenti riguardano conseguenze oggettive quali la sostituzione delle foreste con tundra glaciale nella penisola Scandinava; la formazione di depositi di loess nel Nord Europa; una prolungata siccità nelle zone costiere del Mediterraneo orientale; la fase terminale del Gunz alpino con l’ultima avanzata delle fronti dei ghiacciai.

Riguardo al continente americano, probabilmente le conseguenze furono meno intense, anche se esistono tracce di riavanzamento glaciale nelle zone settentrionali in concomitanza con l’estinzione dei grandi mammiferi del Nord America, tra cui mammut e bradipi giganti, nonchè la scomparsa della cultura preistorica Clovis, considerata la cultura dei paleo-indiani d’America, ritenuti i nativi, i primi abitanti del Nuovo Mondo.

Le cause di questo irrigidimento del clima sono controverse e tuttora irrisolte: per alcuni sarebbe stata una diretta conseguenza della diminuzione o addirittura dell’arresto della corrente termoalina Nord-Atlantica in risposta all’afflusso di acque dolci di provenienza ancora tutta da verificare. Per altri la corrente a getto atmosferica d’alta quota si sarebbe spostata verso Nord, aumentando la piovosità sul Nord Atlantico, il che, a sua volta, avrebbe ridotto la salinità dell’acqua, innescando il processo di diminuzione termica.

Qualche dubbio è stato timidamente espresso circa il ruolo che potrebbe aver avuto l’eruzione di un vulcano in Germania, il Laacher Vedi, e da ultimo, si è chiamato in causa l’impatto con un corpo celeste. Quest’ultima ipotesi viene qui attentamente vagliata, alla luce dei ritrovamenti e dello studio dell’èquipe del professor Kennett. I risultati di questo studio sono stati pubblicati sugli Atti della National Academy of Sciences.

“Gli studiosi hanno identificato tre livelli, in due diversi continenti, tutti databili intorno ai 12.000-13.000 anni di età, che presentano inclusioni simili a scorie silicee e materiale simile, i cosiddetti SLO” ha dichiarato H. Richard Lane, direttore del programma della National Science Foundation’s Division di Scienze della Terra, finanziatore della ricerca. “Gli SLO sono indice di un’ esplosione avvenuta nell’aria o di impatti cosmici ad alta energia, evidenze che rafforzano l’ipotesi che questi eventi siano all’origine del Dryas recente. Le caratteristiche morfologiche e geochimiche del vetro fuso confermano che il materiale contenuto nelle rocce non è di origine extraterrestre, nè vulcanica, nè sia stato addirittura un prodotto di attività umane. “L’elevata temperatura di fusione del vetro necessaria per il verificarsi del fenomeno appare identica a quella prodotta nelle note vicende relative ad impatti cosmici, come il Meteor Crater in Arizona e il campo Tektite Australasian” ha sostenuto Kennett. “Altra analoga corrispondenza di questo materiale si riscontra nel vetro fuso prodotto dall’esplosione aerea nucleare “Trinità” del 1945 a Socorro, New Mexico”, ha continuato lo studioso. “Le temperature estreme richieste sono uguali a quelle di una bomba atomica, sufficientemente alte da fondere la sabbia e farla bollire”.

La prova poi decisamente a supporto dell’ipotesi di un impatto cosmico è, infine, l’estensione delle tracce lasciate dall’evento su ben tre continenti, l’interessamento di quasi un terzo del pianeta, dalla California, all’Europa occidentale, fino al Medio Oriente. I ricercatori debbono ancora definire in via definitiva i limiti esatti della superficie interessata dai detriti causati dall’impatto.
“Poiché questi tre siti, tra Nord America e Medio Oriente, sono separati rispettivamente da 1000 e 10.000 Km si suppone che esistano tre grandi epicentri di impatto, probabilmente causati da uno sciame di oggetti cosmici, forse i frammenti di un asteroide o di una cometa”, ha detto Kennett. Lo scienziato ha poi aggiunto che il sito archeologico in Siria dove è stato trovato il vetro di fusione, Abu Hereira, nella Valle dell’Eufrate, è uno dei pochi siti che hanno registrato la fase di passaggio di una popolazione di cacciatori-raccoglitori nomadi a contadini-cacciatori stanziali, abitanti in villaggi permanenti.
“Archeologi e antropologi considerano questa zona la “culla dell’agricoltura”, nata in quei luoghi vero i 12.900 anni fa. La presenza di uno spesso strato di carbone in quel sito in Siria indica un grande incendio associato alla fusione del vetro, oltre alla presenza di sferule di impatto vecchie di 12.900 anni.
“L’evidenza suggerisce che l’effetto sull’insediamento e sui suoi abitanti sia stato molto grave”.

 Leonardo Debbia

 

 

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Aggiunto in: Ambiente, Ambiente & Natura, Geologia, Ricerca & Scienza

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