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Cannibali preistorici in Europa. Bisogno o pratica rituale?

Tracce di incisioni sui resti della grotta di Gough, nel Somerset, Inghilterra. (da PlosOne)

In una grotta del Somerset, in Inghilterra, 14.700 anni fa vissero esseri umani che praticavano il cannibalismo. Che scopo aveva questa pratica? Questi nostri antenati mangiavano carne umana per mancanza di carne di altri animali o per scopi rituali?

Pur non essendo mai stato chiaro né del come né del perché esseri umani avessero dovuto cibarsi di loro simili, era tuttavia da tempo che gli antropologi cercavano prove di cannibalismo nei resti umani fossili finora rinvenuti.

Il sito di Gough fa ritenere che, nella preistoria, il cannibalismo fosse una pratica più diffusa di quanto ci si fosse aspettato.

Gli studi sul cannibalismo fossile sono sempre stati orientati alla ricerca sia di segni lasciati sulle ossa da strumenti in pietra nelle immediate vicinanze delle attaccature dei muscoli, sia da segni di percussione, metodo probabilmente utilizzato per estrarre il midollo, pratiche che differenziano senza dubbio l’attività umana da quella di grossi felini o da carnivori predatori in genere.

Recentemente, gli studiosi hanno invece iniziato a cercare sulle ossa anche segni di denti, tracce che non avrebbero fatto dubitare della “volontà” di nutrirsi.

I resti di Gough sono quindi stati ripresi in esame, utilizzando i criteri per il riconoscimento di tracce di denti umani sulle ossa; criteri sviluppati da Palmira Saladiè, dell’Istituto Catalano di Paleoecologia Umana ed Evoluzione sociale di Tarragona, in Spagna.

E i risultati hanno sorpreso non poco!

La dott.ssa Silvia Bello, antropologa esperta in tafonomia, nel modo cioè di inumazione e giacitura dei defunti, del Museo di Storia Naturale di Londra, ha presentato i risultati del suo studio a Bordeaux, durante il convegno annuale della Società europea per lo studio dell’evoluzione umana.

Nella sua relazione, la Bello ha riferito che i resti della grotta di Gough apparterrebbero ad almeno quattro individui, fra i quali un bambino di circa tre anni, che mostrano evidenti tracce di rosicchiamento da parte di altri esseri umani assieme a tagli procurati con strumenti in selce. In particolare, risultano rosicchiate sia le ossa al di sotto del collo che le estremità delle falangi e delle costole, probabilmente allo scopo di succhiarne lo scarso midollo presente.

Le ossa del cranio, invece, non riportano tracce di denti, ma si presentano accuratamente scarnificate. Se ne può dedurre che le parti molli (orecchie, naso, labbra) possano essere state asportate con strumenti in pietra. E a che scopo, se non quello di servirsene come cibo?

Lo scopo alimentare potrebbe essere però messo in discussione dal fatto che i resti sono stati rinvenuti assieme ad ossa di altri animali. Si può ragionevolmente supporre che nelle vicinanze dei reperti la selvaggina non mancasse di certo e che l’alimentazione quindi non dovesse rappresentare un problema.

Rimane l’aspetto rituale, che sembra rappresentasse il vero scopo del cannibalismo.

A favore di questo secondo fine c’è poi l’accurata scarnificazione dei crani e la trasformazione di questi in una sorta di coppe.

Per la Bello, sostanzialmente, il cannibalismo avrebbe avuto un duplice scopo.

La ricercatrice ipotizza che il nutrimento con carne umana potrebbe aver rappresentato una tradizione tra le popolazioni di Gough. In definitiva, sarebbe valida la possibilità che si mangiassero tra di loro sia per non sprecare della buona carne; sia, al tempo stesso lavorassero i crani per produrre coppe a scopo rituale.

All’obiezione se la lavorazione fosse più di natura utilitaristica che rituale, la Bello replica che lo scopo rituale è privilegiato dalla presenza del cranio del bambino che, con le sue fontanelle ancora aperte, era praticamente inutilizzabile come coppa per bere.

Leonardo Debbia
29 novembre 2012

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Aggiunto in: Antropologia, Ricerca & Scienza

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