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4° congresso sisqt: è la sicurezza la ricetta anticrisi nei trapianti

In Italia sono 9.000 le persone in lista d’attesa per un trapianto; 500 sono le persone che ogni anno muoiono in attesa di un organo. Eppure quest’anno i fondi destinati alle regioni per le attività di trapianto sono stati tagliati del 70% , pari circa a tre milione di euro.

Come si possono conciliare le esigenze economiche del Paese con la complessità organizzativa del sistema trapianti per soddisfare le esigenze di salute dei cittadini? E’ questo l’interrogativo degli esperti riuniti al 4° congresso della Società Italiana per la Sicurezza e la Qualità dei Trapianti (SISQT) in corso a Milano, dove si tenta di ridisegnare le attività di donazione e trapianto per garantirne la qualità, ma anche la sopravvivenza futura. “La sicurezza, intesa come insieme di regole che garantiscono l’affidabilità del sistema in termini di efficacia terapeutica e organizzativa, anche in un’ottica di contenimento dei costi, è la parola chiave per affrontare le sfide presenti e future della medicina trapiantologica e assicurarsi che essa possa sopravvivere in un momento di crisi economica globale”, afferma Franco Filipponi, Presidente SISQT, Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università di Pisa e Direttore della UOC di Chirurgia Epatica e dei Trapianti di Fegato della AOU Pisana.

Ma come fare? Una gestione più appropriata delle liste d’attesa (dove il paziente deve essere inserito in maniera precoce e tempestiva, prima cioè che sia sottoposto al degrado fisico e al trauma psicologico che ne deriva nei casi troppo tardivi); una maggiore sinergia delle rete assistenziale sanitaria tra servizi primari e ad alta specialità che prendono in carico il paziente prima e dopo il trapianto; una maggiore vigilanza da parte delle rianimazioni ai fini dell’individuazione dei potenziali donatori e la prevenzione e la gestione degli eventi avversi possono essere considerate le mosse basilari non solo per garantire la salute del cittadino, ma anche per evitare sprechi di risorse umane e economiche che rischiano di minare il sistema.

“Il trapianto oggi non può più essere considerato una ‘soluzione estrema per malati estremi’, – precisa Filipponi – tanto più il paziente arriva malato all’intervento, con gravi e numerose patologie concomitanti, maggiore è il dispendio di risorse umane e strutturali necessarie per curarlo, con risultati clinici e sociali poco incoraggianti”. Il trapianto di fegato è molto esemplificativo per la valutazione dei costi in ambito trapiantologico: è al secondo posto in termini di impatto economico dopo quello di polmone, ma lo precede per la numerosità degli interventi eseguiti ogni anno (in Italia si effettuano una media di circa 1.000 trapianti di fegato l’anno, contro i 100 circa di polmone). Recenti studi hanno dimostrato che il costo del paziente trapiantato di fegato aumenta in relazione al suo stato di gravità clinica al momento del trapianto: un paziente che arriva al trapianto di fegato con un MELD[1] inferiore o uguale a 25 ha un costo – calcolato sui 5 anni post trapianto – di 228.434 euro, contro un paziente con MELD inferiore a 15 che ha un costo di 169.541 euro. Ne consegue un costo-utilità meno favorevole valutato rispettivamente in 59.894 euro/QUALY per il primo contro 41.769 euro/QUALY per il secondo.

“E chiaro che non si può ridurre il vantaggio di un trapianto ad una cifra – precisa Giorgio Ettore Rossi, Direttore della UOC di Chirurgia Generale e dei Trapianti di Fegato della Fondazione IRCCS Cà Granda-Ospedale Maggiore Policlinico di Milano – ma è anche vero che controllare le risorse è fondamentale per mettere in campo tutte le tecniche e le competenze scientifiche per poter rendere il settore trapiantologico di alta qualità e sostenere al meglio i pazienti in un momento storico di scarse donazioni. Basti pensare, ad esempio, al cosiddetto ‘split liver’ che riguarda circa il 10% dei trapianti di fegato e che può salvare due riceventi o al ricondizionamento dei ‘polmoni marginali’ che permette di utilizzare polmoni che diversamente verrebbero scartati”.

Il processo molto complesso su cui si basa il trapianto (valutazione dell’idoneità del donatore, prelievo e trasporto dell’organo, intervento chirurgico, etc.) esige, inoltre, che si investa sempre di più nella prevenzione del rischio e nella sicurezza del paziente, delineando al meglio gli strumenti che aumentano le frontiere del controllo.

“L’ultrasicurezza in un sistema che deve essere ad alta affidabilità come quello dei trapianti necessita di un diverso approccio culturale alla sicurezza stessa. – afferma Riccardo Tartaglia, Vice Presidente SISQT e Direttore del Centro Gestione Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente della Regione Toscana – La focalizzazione sui cosiddetti fattori umani (Human Factor), mutuati dall’aeronautica, settore tradizionalmente ad alto rischio, è una metodologia che può incidere concretamente ad alzare la soglia di guardia del singolo verso l’errore, ma soprattutto educa al lavoro di squadra in ambienti a rischio dove sono indispensabili il continuo scambio di informazioni, la presa di decisioni ed il supporto reciproco. Questa metodologia applicata nella formazione del personale sanitario (dai chirurghi agli infermieri) è un vero e proprio punto di forza contro l’errore, anche attraverso l’analisi degli eventi avversi finalizzata alla revisione e al miglioramento di protocolli e procedure”.


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