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Le donne preferiscono gli antibiotici

L’omeopatia sta gradualmente passando di moda. L’incidenza di coloro che hanno preferito alla medicina tradizionale l’omeopatia è scesa, infatti, in Italia, dal 7% del 2005 al 4,1% del 2013 (dati Istat). Si assiste, invece, a un forte rialzo nell’uso di antibiotici. +27% di prescrizioni, secondo uno studio coordinato dall’infettivologa Evelina Tacconelli (prestata all’Università tedesca di Tubingen) e uscito sul Journal of Antimicrobial Chemotherapy, che ha analizzato 11 studi sulle prescrizioni effettuate in Italia, Danimarca, Regno Unito, Spagna, Israele, Germania, Nuova Zelanda, Svezia e Belgio.

antibiotico

Carattere comune ai due piatti della bilancia il genere e l’età di coloro che ne fanno maggior uso. Sono infatti le donne tra i 35 e i 54 a preferire gli antibiotici (+40%), usati soprattutto per curare le infezioni delle vie respiratorie. E sono sempre loro, questa volta fino ai 44, a superare gli uomini nell’uso di rimedi omeopatici (7,3%).

Entrambe le soluzioni, però, non rivelano nulla di buono. Prima di tutto perché l’abuso di antibiotici provoca l’insorgenza di batteri resistenti a infezioni molto comuni. Questi ultimi, infatti, sviluppano una tale capacità di adattamento a condizioni ambientali differenti, da provocare nelle infezioni stesse un mutamento: da “comuni” si trasformano in nuovamente “letali” per tutti i soggetti che ne hanno sviluppato, appunto, la resistenza da abuso di antibiotici. Tanto che, molti concordano nel definire l’epoca odierna come “era post-antibiotica”, durante la quale infezioni curate per decenni con successo (colera, tifo, tubercolosi) potrebbero nuovamente uccidere, a causa appunto del dilagare di “superbatteri” con una specifica “antibiotico-resistenza”. Tutto questo causato, semplicemente, da una falsa percezione degli antibiotici, utilizzati senza cautela e per curare sintomi facilmente curabili senza il loro utilizzo.

omeopatia

Per quanto riguarda, invece, le cure omeopatiche la questione è ancora molto dibattuta. Se a consigliarne l’uso sono soprattutto farmacisti (22,6%) e amici (21,7%), la comunità scientifica (italiana, e non solo) rimane ancora molto scettica (solo il 15% dei medici di base e il 14% degli specialisti consiglia ai propri pazienti di utilizzare prodotti omeopatici). Stando ai dati europei, sarebbero 100 milioni, solo nel vecchio continente, coloro che preferiscono la medicina alternativa (omeopatica) a quella tradizionale, con picchi in Francia e Germania. In Italia, piazzata al terzo posto della classifica europea, l’omeopatia rappresenta un metodo di cura preferito soprattutto nel nord del paese (Bolzano e Trentino in testa), con una maggiore incidenza tra coloro che hanno un’istruzione superiore (e un tenore economico abbastanza elevato, dato che il costo dei prodotti omeopatici è a totale carico dei consumatori).

La questione “omeopatia sì – omeopatia no” deriva fondamentalmente dalle sue origini “scientifiche”. Si tratta, infatti, di una preparazione alchemica che, attraverso un complicato meccanismo di diluizione e dinamizzazione, trasformerebbe il “veleno” della sostanza attiva in “farmaco” omeopatico. Spesso però in questi prodotti è molto difficile trovare traccia di sostanze attive, a causa della loro forte diluizione. Senza contare l’assenza di studi scientifici validi a supporto di questa metodologia alternativa, nata alla fine del XVIII secolo dalle formulazioni del medico tedesco Samuel Hahnemann. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2009, promosse una campagna per l’Africa, condannando l’uso di rimedi omeopatici per la cura di patologie come l’HIV, la tubercolosi e la malaria, in quanto questa non rappresenterebbe una cura e non apporterebbe alcun beneficio.

Elisa Scarlingi


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