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Epilessia: per l’Italia possibile in futuro una riduzione delle crisi

CCL2. Ecco il nome della molecola che potrebbe cambiare la qualità della vita di molti pazienti affetti da epilessia. E ridare nuova speranza a persone che ancora oggi vivono spesso situazioni di isolamento sociale, dovute alla secolare stigmatizzazione di una malattia (l’epilessia appunto), conosciuta già all’epoca dei babilonesi e spiegata come espressione soprannaturale.

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© Thompson Rivers

Uno studio tutto italiano, condotto dal Centro di Biologia integrata CIBIO dell’Università di Trento e dall’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa, ha aperto la strada alla sperimentazione di nuove terapie contro l’epilessia, disturbo cronico (e non trasmissibile) che colpisce il cervello. La CCL2, una proteina della famiglia delle chemochine (piccole molecole che vengono rilasciate dalle cellule per influenzare il funzionamento delle altre), avrebbe infatti un effetto scatenante sull’insorgenza delle crisi epilettiche. Bloccandone l’eccessiva produzione da parte delle cellule gliali (comunemente soprannominate “il collante del sistema nervoso”), mediante l’uso di farmaci già disponibili e di nuovi da sperimentare, si potrà ridurre il numero delle crisi, agendo appunto su una delle molecole che ne stimolano l’insorgenza.

Solo nel nostro paese, secondo la Società Italiana di Neurologia, sono 500mila le persone che soffrono di epilessia. Di queste, l’80% è compreso nell’età infantile e adolescenziale. Rispetto al totale, almeno 125.000 pazienti soffrirebbero di una forma epilettica non rispondente alla terapia farmacologica. Nel mondo, stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbero invece 50 milioni le persone affette da epilessia, con forti concentrazioni (l’80% del totale) in paesi a basso o medio reddito, dovute a concause quali: presenza di condizioni endemiche come la malaria, alta incidenza di incidenti stradali, mancanza di infrastrutture mediche adeguate e di programmi di cura accessibili.

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© Intercongress GmbH

Il tipo più comune, cioè l’epilessia idiopatica, colpirebbe 6 persone su 10. Di questa, purtroppo, non esistono ancora cause identificabili contro le quali poter agire. L’epilessia secondaria, detta anche sintomatica, insorgerebbe, invece, in seguito a danni al cervello provocati da: lesioni prenatali,  malformazioni cerebrali, traumi cronici gravi, ostruzioni che limitano l’apporto di ossigeno al cervello attraverso il sangue, infezioni dell’apparato encefalico (quali meningiti o tumori).

La dicitura “crisi epilettica”, infatti, abbraccia una molteplice varietà di sintomi neurologici, tutti accomunati da una scarica elettrica anomala, sincronizzata e prolungata, di cellule nervose presenti nella corteccia o nel tronco cerebrale. Secondo l’International League Against Epilepsy e l’International Bureau for Epilepsy, “l’epilessia è un disordine del cervello caratterizzato da una duratura predisposizione nel generare crisi epilettiche e dalle conseguenze neurobiologiche, cognitive, psicologiche e sociali di questa condizione. La definizione di epilessia richiede il verificarsi di almeno un attacco epilettico”. Oltre ai tipi più comuni (l’epilessia primaria e secondaria), esistono, ad esempio, le cosiddette “crisi parziali semplici”, descritte come crisi focali durante le quali la coscienza e la memoria sono conservate. In questo caso, le scariche sono localizzate in centro nervosi autonomi, dando vita a sintomi quali: contrazioni muscolari da un lato del corpo, pallore, sudorazione, disagio nella regione addominale, sensazioni anomale di tipo visivo o uditivo, percezione di aver già vissuto (“déjà vu”) o mai vissuto (“jamais vu”) una particolare situazione.

Elisa Scarlingi


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