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Equilibrio psichico tra adattamento ed ambiente. Può ristrutturare casa aiutare a ritrovare il benessere psicofisico?

Questo guida sugli effetti delle ristrutturazioni sul benessere psicofisico è a cura degli esperti FacileRistrutturare.

I cambiamenti possono essere qualcosa che scuotono la nostra esistenza ed il nostro equilibrio psicofisico, ma tante volte sono anche il metodo per uscire fuori da una crisi o da un’impasse in una particolare momento della nostra esistenza.

Se i cambiamenti possono talvolta sconvolgerci la vita e buttarci in uno stato di difficoltà, modificare l’ambiente che ci circonda, il nostro nido, il posto in cui ci sentiamo al sicuro, aiutarci ed essere un primo punto di partenza per reagire?

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Benessere psichico, adattamento e cambiamento
La soggettività è un fulcro di stimoli e risposte all’ambiente circostante, agli eventi che ci accadono nel corso della nostra vita e agli stimoli emotivi che riceviamo nell’interazione con le altre persone. Proprio per questa struttura ricettiva della soggettività l’io si definisce anche nel modo in cui risponde e reagisce agli stimoli dall’esterno.

Molte correnti psicologiche si sono infatti rifatte all’idea di adattamento per definire la specificità dell’essere umano. Spesso si parla di un adattamento passivo, quello con cui l’uomo si adatterebbe agli stimoli esterni come quelli ambientali, e uno attivo secondo il quale l’uomo modificherebbe ciò che viene dall’esterno seguendo le proprie spinte volitive e pulsionali; tuttavia queste due forme dell’adattamento non devono essere viste come due cose distinte, ma più che altro come due facce della stessa medaglia.

Lo psicologo Jean Piaget considerava l’adattamento come un equilibrio tra l’individui che venivano dall’esterno e un disadattamento come un adattamento inadeguato, un disequilibrio che può creare dei disagi psichici e comportamentali all’individuo.

A un disadattamento che può verificarsi sia per cambiamenti che si verificano nella vita dell’individuo, che per eventi scatenanti si deve rispondere cercando di riequilbrare l’adattamento che si richiamerà ri-adattamento.

Ma che si chiami adattamento, armonia, equilibrio, come fare a trovare questa dimensione quando la psiche è turbata?

Innanzitutto bisogna imparare ad avere una buona capacità di analisi e identificazione dei nostri problemi: nominare e dare un volto a quelle che sono le cose che ci creano turbamento è il primo passo per reagire e superarle.

Intendere un momento di difficoltà come disarmonia, disequilbrio, disadattamento significa innanzitutto presupporre la possibilità di ritrovare armonia, di ri-equilibrarci e riadattarci.

Questo può avvenire riappropriandoci delle nostre emozioni capendo che sono qualcosa che appartiene a noi e che sebbene possono essere una risposta a quel che accade all’esterno non possono essere determinate dall’esterno. Capire che siamo noi i fautori ed i responsabili delle nostre emozione ci fa capire che siamo noi, e solo noi, coloro che possono gestirle, anche in una situazione di immensa difficoltà e dolore.

La guarigione o il superamento di una situazione di criticità parte proprio da questa rinnovata consapevolezza del fatto che siamo gli unici proprietari e gestori delle nostre emozioni. In secondo luogo queste si rappresentano come qualcosa di fluido ed in movimento che si oppongono alla stasi e alla stagnazione che si apre a partire dall’evento critico o traumatico.

La terapia psicoanalitica è essa stessa una processualità che nel flusso del proprio lavoro cerca di decostruire quelle etichette, le quali sembrano imprigionare i comportamenti del paziente: depresso, alcolista, maniaco, in lutto, non sono delle caselle nei quali il paziente deve essere incasellato per sempre, ma sono stadi provocati da certi eventi che devono essere superati attraverso un percorso fatto di cambiamenti di atteggiamento, di meccanismi di difesa e di schemi di pensiero.

Stimolare quindi un cambiamento positivo nei meccanismi di reazione del paziente è un aspetto molto importante della terapia psicoanalitica e psicologica. Tuttavia non bisogna pensare che sia il terapeuta a guarire il paziente, ma come osservò Berne nella sui modello psicologico transazionale il terapeuta durante la terapia stimolerà il potenziale curativo che è resente nel paziente stesso. Il terapeuta non deve cambiare il paziente, ma deve essere in grado di far riemergere nel paziente il potere insito che ha dentro di sé di cambiare. Dunque possiamo dire che il terapeuta debba restituire al paziente la propria forza di cambiare, di uscire da un momento difficile, deve ridonargli la sua automia smarrita.

Il cambiamento positivo come elemento di guarigione da un momento di disagio emotivo o mentale può essere infatti visto come un recupero dell’autonomia perduta.

Nei momenti in cui infatti si vive un disagio psicologico tale autonomia di reagire al presente e all’esterno viene perduta ad appannaggio di schemi spesso nocivi ed autodistruttivi. Questi schemi ci fanno rispondere come se stessimo seguendo un copione che ci fa agire senza una reale consapevolezza del presente, ma filtrando il momento presente attraverso traumi ed eventi legati al nostro passato vissuto e psichico.

Recuperare l’autonomia significa anche cambiare i nostri automatismi psichici, uscire da questo copione e riacquistare la consapevolezza e la spontaneità di reagire al presente solo in funzione del presente senza sovraccaricarlo di significati e carichi emotivi inibenti.

Il cambiamento non è una formula magica o un evento mistico, ma una pratica alla portata di tutti. Il terapeuta deve restituire al paziente la propria capacità a cambiare e ad approcciarsi con consapevolezza ed autonomia al presente.

Tuttavia bisogna sottolineare come questi approcci pongano la centralità assoluta dell’autonomia del paziente, dunque dobbiamo intendere che il processo di cambiamento può avvenire solo se questi sente in parte il bisogno o il desiderio di operare un cambiamento. Come già ripetuto più volte sarà infatti lui a dover operare tale cambiamento, il terapeuta potrà solo indicargli la via per farlo, insegnargli di nuovo a farlo.

Il cambiamento si inscrive infine in un ambito ri-decisionale, ovvero, come un superamento di un momento critico in cui si riacquistare la possibilità di decidere autonomamente per la propria vita, ma lo si fa con una nuova consapevolezza e in base a nuovi significati.

Benessere psichico e ambiente circostante
Bisogna però sottolineare che la Psicologia si è a lungo focalizzata solo sull’interiorità dell’uomo, sbilanciandosi troppo tra le emozioni e i processi interiori tralasciando spesso l’importante funzione e influenza che svolgono l’ambiente e l’architettura sulla nostra psiche e sulla nostra identità.

Possiamo infatti osservare come quella umana sia la specie con la più grande capacità di modificare l’ambiente circostante per adattarlo ai propri scopi e ai propri desideri, e come questo aspetto influisca la anche i processi mentali dell’uomo.

La psicologia ambientale e quella urbanistica ad esempio studino a il benessere umano in riferimento al suo rapporto con l’ambiente socio-fisico in cui si inserisce.

Quindi anche l’ambiente circostante, le nostre città, come le nostre case hanno un’influenza diretta sulla nostra psiche.

Inoltre è un fattore innegabile che esista una strettissima correlazione tra qualità dell’abitare, qualità della vita e benessere psicofisico. Insomma vivere in un ambiente che ha su di noi un influsso positivo e appagante può essere qualcosa che influenzi positivamente la nostra psiche.

Dunque appare necessario quando si progetta un ambiente o un edificio cercare di creare una qualità ambientale sia in termini percettivi che in termini di comfort ed utilità.

Ma quali sono gli elementi che determinano la qualità ambientale?
Innanzitutto l’armonia, ovvero un certo bilanciamento nella disposizione degli elementi architettonici o d’arredamento che determini un’organizzazione degli ambienti piacevoli alla percezione. In secondo luogo la comprensibilità dell’ambiente come chiarezza della disposizione fisica degli elementi in modo da rendere l’ambiente di facile fruizione dalla persona a cui è rivolto.

Tuttavia un altro elemento importantissimo quando si parla di qualità di un ambiente non può non essere che la componente affettiva. Se infatti un ambiente interagisce sull’indivuduo in maniera non solo funzionale, ma anche psichica questo deve essere considerato in anche sotto il punto di vista cognitivo-affettivo.

I luoghi possono essere dei veri e propri veicoli di emozioni e sensazioni e portano con sé oltre che alle caratteristiche fisiche, le attività che si svolgono all’interno di esso, le rappresentazioni cognitive delle persone che li abitano ed i ricordi che in esso si costruiscono.

Se un luogo quindi non si riduce all’esistenza di una mera entità spaziale, ma è considerato come centro in interazione con gli impulsi psichici degli individui possiamo iniziare a comprendere a partire da questo concetto la centralità della casa per il benessere psicofisico di un individuo.

La casa ed il benessere psicofisico: quando ristrutturare può aiutare a riacquistarlo
La casa è una sorta di nido spaziale della nostra interiorità psichica. Qui torniamo dopo i nostri impegni, il nostro lavoro, le nostre giornate. Nei suoi ambienti costruiamo i nostri progetti ed i nostri desideri e in essa accumuliamo gli oggetti insieme ai ricordi ed ai pezzi di vita.

Quando qualche evento o situazione compromette il nostro equilibrio psichico la casa può dimostrarsi tanto culla nella quale rifugiarsi e riacquistare la propria serenità lontani dalle fonti di disagio, quanto un mare spaventoso e in tempesta nel quale si amplifica il nostro disagio interiore.

Sono tanti gli eventi della vita che possono farci perdere la bussola: una perdita di una persona cara, una separazione, un cambiamento nel nostro sentire che non ci fa più incontrare noi stessi e sentire smarriti. Cosa succede se l’ambiente in cui viviamo smette di rappresentare i nostri sogni, i nostri progetti, il nostro rifugio, i nostri desideri? Cosa succede se la nostra casa appare come qualcosa che non ci appartiene più, come qualcosa di ancora troppo saldamente ancorato ad un passato che ci impedisce di andare avanti, di cambiare e di superare una crisi?

La nostra casa può infatti essere un elemento esterno che ci trattiene verso quel fondo indefinibile della nostra psiche che si frappone tra noi ed un necessario cambiamento. Carica di ricordi dolorosi, di elementi che non riconosciamo più come nostri, o di angoli che ci ricordano un doloroso abbandono.

In questo caso l’idea di ristrutturare casa di cambiarne qualcosa all’interno del suo assetto potrebbe essere un primo passo per riacquistare la propria consapevolezza ed autonomia, un primo passo verso il cambiamento.

Infatti attraverso una ristrutturazione dell’appartamento o un cambiamento all’interno della nostra casa potremo porre le basi per creare uno spazio che ricominci a significare per noi un luogo di qualità, qualcosa a partire dal quale possiamo trovare la forza per ristabilire un equilibrio perso.

Se infatti, ad esempio, si perde una persona a noi cara, o un compagno ci abbandona, ristrutturare casa significa porre le basi per superare quell’evento attraverso la definizione di una possibile progettualità futura di cui noi diventiamo fautori. Questo significa liminare ricordi dolorosi senza cancellarli, ma privandoli della loro carica inibente sulla nostra vita, renderci conto che siamo i fautori delle nostre emozioni e gli unici che possono fronteggiarle e determinarle.

Sarà invero necessario fermarsi a riflettere su noi stessi e sui nostri desideri, per comprendere come plasmare un ambiente che possa tornare ad essere per noi gradevole da vedere, vivere, e abitare. Sarà necessario tornare a domandarsi cosa davvero conta per noi e mettere sé stessi al primo posto insieme ai propri desideri, così come potrebbe rivelarsi necessario liberarsi di oggetti e cose che ci ancorano pesantemente a un passato doloroso, fatto di immobilismo, che da tempo ci ha portato a ripiegarci su sé stessi.

Certo ristrutturare una casa, ridipingere una stanza, cambiare dei mobili nella nostra casa non è ovviamente un rito taumaturgico di guarigione, ma potrebbe essere un primo passo per uscire da quel copione che ci impediva di vivere la nostra vita in autonomia e consapevolezza, di operare quel cambiamento necessario per la riappropriazione del nostro equilibrio.

Se infatti l’adattamento definisce l’equilibrio tra uomo ed esterno e questo equilibrio può essere perso è necessario uno sforzo consapevole e continuativo per riacquistarlo. E se anche i luoghi con la loro carica emotiva e cognitiva sono in grado di influenzare la nostra psiche ed i nostri cambiamenti, la nostra casa, il nostro nido, è sicuramente quello in grado di farlo più potentemente.

Mettere sé stessi al primo posto ed imparare di nuovo a sentire la propria voce e la propria individualità per costruire qualcosa, mettendo talvolta tra parentesi il passato è quello che può portarci a fare una ristrutturazione. E forse a partire da meri pensieri sul colore delle pareti o sul tavolo più adatto alla nostra cucina, potremmo riuscire ad imparare di nuovo ad ascoltare noi stessi, a trovare di nuovo la forza ed il coraggio per cambiare qualcosa, ad uscire dall’immobilismo e a stracciare il copione.


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Aggiunto in: Salute & Medicina

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