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Il complesso percorso dell’alimentazione umana

Da mangiatori di carcasse a cacciatori, da allevatori-agricoltori alla produzione industriale, il percorso dell’alimentazione umana è stato lungo e tortuoso. Quando è avvenuto il decentramento del cibo nella cultura umana? Quando le sane tradizioni hanno lasciato il posto ai cibi precotti e ai surgelati? Quando si è scelto di compromettere la nostra salute in nome del progresso industriale?

 

L’uomo moderno, così come tutti i primati, deriva da un gruppo di mammiferi insettivori i quali, terminata l’era dei dinosauri, poterono diffondersi verso un numero sempre maggiore di nicchie ecologiche. La conquista dei più svariati ambienti offerti dalla terraferma plasmò un numero consistente di specie estremamente diversificate tra loro. Fra queste, tra le chiome degli alberi, si affermano le proscimmie: un gruppo di primati ancestrali che, per prime, hanno iniziato a diversificare la loro dieta, includendovi, in particolare, abbondanti porzioni di frutta.

Alcune di queste creature arboricole sono giunte tal quali fino ai giorni nostri, altre, nel corso del tempo, si sono evolute fino ad originare le scimmie vere e proprie.

Circa cinque milioni di anni fa si verifica la separazione, in termini evolutivi, del genere Pan (il ben noto Scimpanzè, ma anche il Bonobo) dal gruppo di primati che darà origine al genere Homo.

I primi ominidi, più per necessità che per scelta, abbandonarono gradualmente la vita arboricola, colonizzando le aree aperte. Ne consegue che i nostri antenati entrarono in competizione con delle nuove specie del tutto assenti in un ambiente di foresta e dovettero così andare incontro ad una serie di adattamenti fisiologici e comportamentali, fra i quali l’alimentazione. Un primo sostanziale mutamento consistette nel divenire dei mangiatori di carcasse. Questa “scelta” fu l’unico compromesso possibile tra la necessità di introdurre un alimento facilmente digeribile come la carne e la mancanza di una fisionomia idonea alla caccia attiva. Successivamente, di pari passo allo sviluppo di un cervello sempre più complesso, i primi Homo sapiens, supplirono all’assenza di armi naturali per la caccia, costruendo armi artificiali.

La caccia diede il primo importante input per la formazione di società via via più complesse, poiché essa richiedeva un forte spirito collaborativo, nonché la necessità di ripartire i compiti all’interno del gruppo. Il passo decisivo verso la formazione di stabili gruppi sociali fu poi compiuto nel momento in cui i primi uomini si convertirono da cacciatori-raccoglitori nomadi ad allevatori-agricoltori sedentari. La domesticazione di piante e animali avvenne all’incirca 10 mila anni fa, nel periodo storico comunemente noto come neolitico, e fu la più grande rivoluzione che la nostra specie abbia mai compiuto. Improvvisamente il cibo abbondava generando dei veri e propri surplus alimentari, costringendo così gli individui ad ingegnarsi per sviluppare delle tecniche di conservazione degli alimenti. Da questo cruciale punto in poi, la dieta umana inizia ad assumere le più svariate sfaccettature. In tutti i casi, le diete che si sono sviluppate nel corso dei millenni, hanno risposto alle esigenze climatiche dell’area in cui si sono originate, per poi divenire delle fattezze culturali di ogni popolo. Per gli Egizi le stagioni erano tre e coincidevano con i ritmi della vita agricola: akhit, l’inondazione; perit, la germinazione; shemu, la stagione del raccolto. L’alimento preponderante era il pane, diverso dal nostro in quanto fatto con la farina d’orzo piuttosto che con il grano, poi, a seconda della classe sociale la dieta veniva integrata con carne, nel caso dei più ricchi o verdura e legumi nel caso dei ceti più bassi. Gli Etruschi si nutrivano per lo più di farro, piselli, orzo, latte, formaggi e frutti selvatici sebbene il consumo di carne non fosse del tutto assente. Mentre i bovini erano destinati ai lavori agricoli, il maiale veniva frequentemente arrostito alla brace.

Nell’antica Roma era abitudine fare tre pasti al giorno: la prima colazione (Jentaculum) si consumava tra le otto e le nove del mattino ed in genere era composta da latte, pane, uova e formaggi; il pranzo (Prandium) avveniva entro mezzogiorno e consisteva in pietanze a base di carne, pesce e verdure, generalmente consumate rapidamente ed in piedi, a casa o nelle tabernae; la cena (Coena) si effettuava in compagnia e, nel caso dei patrizi, sul triclinium, una specie di divano a tre posti.

Nel corso del medioevo si accentuò il divario tra ricchi e poveri anche e soprattutto in termini alimentari. I primi ricercavano i piatti più stravaganti ed elaborati, i secondi, spesso pativano la fame. La caccia, in questo periodo, divenne lo sport dei nobili. I contadini si nutrivano di piccoli animali e di formaggi, ma frequentemente i cereali rappresentavano l’unico alimento disponibile. In ogni caso, il medioevo diede un forte impulso allo sviluppo di una cultura alimentare sempre più complessa: crebbe l’attenzione per le erbe medicinali, aumentò la complessità dell’organizzazione rurale e vennero ampliate e perfezionate le tecniche di conservazione dei cibi.

Nel rinascimento le famiglie nobili includevano a corte anche i cosiddetti “direttori di mensa”, i quali rendevano articolato e spettacolare l’atto del mangiare.

Con la scoperta dell’America, le tradizioni alimentari europee vengono ampliate grazie all’introduzione di patate, mais, fagioli, pomodori, peperoni e cacao, alimenti che hanno contribuito notevolmente all’affermarsi delle più tipiche tradizioni culinarie.

Questo appena descritto è un sintetico ed approssimativo percorso cronologico dell’alimentazione umana, percorso che, nel caso delle moderne società, assume un aspetto totalmente differente. In un contesto sociale frenetico, sovraffolato e tecnologico l’attenzione per il cibo viene sempre meno. La produzione alimentare sposta gradualmente il proprio baricentro dalle campagne alle industrie. La conservazione dei cibi diviene un imperativo: conservanti chimici, surgelati, tecniche di pastorizzazione ed essiccazione, prendono prepotentemente la scena. Quello che ne risulta è un sistema alimentare compromesso, sbilanciato e per nulla salutare. Per far fronte alla crescente domanda di cibo in relazione ad una popolazione umana in esponenziale crescita la quantità prende il posto della qualità: allevamenti ed agricoltura intensivi sostituiscono gli armoniosi paesaggi rurali di un tempo. Questa produzione sconsiderata ha come risultato che circa un terzo del cibo prodotto annualmente per il consumo umano, vale a dire 1,3 miliardi di tonnellate, va perduto o sprecato. Dati assolutamente preoccupanti se si pensa che i consumatori dei paesi industrializzati sprecano quasi la stessa quantità di cibo dell’intera produzione alimentare netta dell’Africa sub-sahariana. A questo va aggiunto che nei paesi industrializzati la maggior parte della produzione interessa alimenti ad alto contenuto calorico e di grassi saturi idrogenati, i quali altamente dannosi per l’organismo poiché abbassano i valori del colesterolo benefico HDH.

Allo stato attuale quindi si hanno delle società industrializzate interessate da abbondanza di cibo e società in via di sviluppo con gravi carenze alimentari. Le prime producono tanto, inquinano molto, basti pensare che gli allevamenti intensivi sono responsabili del 18% dell’emissioni di gas serra globali; consumano male e si ammalano conseguentemente a ciò: negli Stati Uniti il 5,7% della popolazione è considerato estremamente obeso; il diabete, che nel 2010 interessava 285 milioni di persone,  potrebbe interessare 440 milioni di individui nel 2030.

Le seconde, ancora legate alle tradizioni rurali, producono il cibo come un tempo, ma gli effetti negativi apportati dalle prime, si riversano proprio su questa categorie più fragile. Secondo la FAO, quasi un miliardo di persone risulta essere sottonutrita nei cosiddetti paesi del terzo mondo.

Alla luce di queste contraddizioni e di questi spaventosi divari, è indispensabile un cambio di rotta che rimetta in discussione l’intero sistema alimentare mondiale. L’alimentazione è stato un fattore determinante nell’evoluzione umana prima e nello sviluppo culturale poi. Quel che un tempo ha generato collaborativi gruppi sociali ora determina squilibri ed ingiustizie.

Non c’è nulla di sbagliato nel progresso, ma, forse, nel caso della produzione alimentare, è necessario fare un consistente passo indietro.

Simone Valeri

Bibliografia:
– Schillaci, F. (2013). Un pianeta a tavola: decrescita e transizione agroalimentare. Editori Riuniti.
– Farina, L., et al. (2002). Il nutrimento: la grande avventura dell’alimentazione.
– FAO (2011). Global Food Losses and Food Waste. http://www.fao.org/food-loss-and-food-waste/en/
– Morris, D. (2012). La scimmia nuda: studio zoologico sull’animale uomo. Giunti.

 

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