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Morire di ignoranza e pregiudizi: i Serpenti italiani e le (numerose) leggi che li tutelano

Il Signore Dio disse alla donna:
«Che hai fatto?».
Rispose la donna:
«Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché tu hai fatto questo,
sii tu maledetto più di tutto il bestiame
e più di tutte le bestie selvatiche;
sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno»
.

L’affresco “Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre” di Michelangelo Buonarroti (1510 circa) facente parte della decorazione della volta della Cappella Sistina, nei Musei Vaticani a Roma.

Così recita la Genesi, il primo libro della Bibbia. Pur essendo stata scritta secondo tradizione, circa 3000 anni fa, è ancora diffusissimo il timore che i serpenti possano “insidiare i nostri calcagni”, tanto che l’unica soluzione per risolvere il problema sembra sia “schiacciargli la testa”. Povero serpente: uno degli animali più anticamente diffusi nella simbologia mitologica, sia con accezioni positive che negative, viene ancora oggi identificato con il male assoluto e considerato come un’atroce fiera portatrice di morte e distruzione che deve essere sterminata. “«Bene e male sono i pregiudizi di Dio» disse il serpente“, recitava Friedrich Nietzsche in “La gaia scienza”. E come dargli torto, certe credenze sono profondamente radicate nell’uomo e spesso ci avvolgono con le loro spire di ignoranza, dimostrandosi ben più temibili del “mortale abbraccio” di un serpente…
Eppure oggi dovremmo avere le conoscenze necessarie per capire che luoghi comuni e falsi miti inerenti questi meravigliosi Rettili, fondamentali a livello ecosistemico, possono essere soppiantati da concezioni razionali e fondate su salde basi scientifiche.
Utopia? Forse. Speranza? Tanta. Tantissima.
Infatti i serpenti vengono troppo spesso neutralizzati con badilate in testa, con bastonate che gli frantumano le ossa, ma anche calpestati con robusti scarponi o investiti volontariamente, quasi fossero birilli da puntare e abbattere senza pietà. C’è un unico filo conduttore che motiva questi atavici e anacronistici gesti colmi di rabbia e timore: la paura che possano mordere con i loro “aguzzi e mortali denti veleniferi”. Paura essenzialmente infondata in Italia, vana giustificazione di una conoscenza davvero molto scarsa dell’erpetofauna nostrana e in generale della Natura che ci circonda. Morire ancora oggi a causa di ignoranza e pregiudizi è assurdamente anacronistico e fuori da ogni logica. “Non sapevo se fosse velenoso, nel dubbio l’ho ucciso!”, “Se avesse morso i bambini o il cane? Chi pensa ai bambini??” e “Non tutti siamo esperti di serpenti, a ognuno le sue conoscenze” sono le affermazioni che costituiscono solo l’apice di un iceberg di ignoranza naturalistica che cerca sempre la soluzione più facile e immediata, senza curarsi minimamente delle conseguenze o delle soluzioni alternative.

A prescindere da ciò che si pensa, siamo abituati bene in Italia: poche specie di serpenti strisciano nelle nostre campagne, circa 23, la maggior parte delle quali totalmente innocue (18), mentre le poche specie velenose, quasi tutte appartenenti al genere Vipera, sono decisamente poco comuni e soprattutto molto schive. Animali affascinanti, eleganti e fondamentali per l’ecosistema: essendo predatori attivi di piccoli animali talvolta invasivi, come topi e ratti, i serpenti riescono a controllarne le popolazioni, evitando che possano proliferare eccessivamente. Piccoli derattizzatori a costo zero, ma dal notevole impatto positivo che, in cambio, si accontentano esclusivamente di una succulenta cena. Il loro ruolo chiave sembrerebbe lampante anche a chi non mastica ecologia, così come evidenti sono le conseguenze che in linea teorica potrebbero scaturire da un freddo “serpenticidio”: effetti a cascata che porterebbero al nuovo incremento di popolazioni di animali, come alcuni roditori, che potenzialmente possono essere vettori di malattie e che in ogni caso sono in grado di sferrare duri colpi all’agricoltura. L’uomo, nella sua “furbizia”, prima uccide i serpenti, poi, per ovviare il problema, utilizza metodi cruenti (colle o trappole a scatto) spesso poco efficaci, quindi passa a quelli chimici, avvelenando i piccoli roditori e rendendoli prede potenzialmente tossiche o letali anche per altri animali che se ne cibano. Insomma, un continuum di rapporti causa-effetto a lungo termine che potrebbero essere generati dalla semplice uccisione di una paciosa e innocua biscia che striscia nel nostro terreno.

Odiati da molti, schifati da tanti… eppure il loro fascino e la loro eleganza sono indiscutibili e questa giovane femmina di Vipera ammodytes potrebbe esserne l’emblema (Ph. Matteo Di Nicola)

Come disse Giorgio Celli: “Delle tremila specie di serpenti presenti nel mondo, soltanto mille hanno in dotazione del veleno e solo duecento tra queste sono veramente pericolose per l’uomo. Non si dimentichi, poi, che i serpenti hanno una loro utilità, perché divorano le arvicole e altre specie dannose all’agricoltura e, dove sono spariti, gli svantaggi sono risultati spesso superiori ai benefici”.
Per molti troppo razionale, sensata e scientifica come spiegazione, non è un buon deterrente per salvare la vita a questi sinuosi rettili, meglio fidarsi di strambi e anacronistici luoghi comuni, come la convinzione che le Vipere vengano lanciate dagli elicotteri, che i serpenti partoriscano sugli alberi, cadendo in testa agli sfortunati passanti o che si attacchino alle mammelle delle vacche per berne il latte.
Deterrente forse più incisivo è il far comprendere che TUTTI i Rettili e gli Anfibi nostrani sono protetti per legge in quasi tutte le regioni d’Italia, quindi la loro uccisione costituisce un reato: laddove non arriva l’eco delle poco considerate motivazioni ecologiche, si dimostra più efficace il timore delle salate sanzioni amministrative.

Cosa dice la legge?

I Rettili sono inseriti nell’Allegato II della Convenzione di Berna (Convenzione sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa), datata 1979: si tratta di uno strumento giuridico internazionale vincolante in materia di conservazione della Natura, riguardante gran parte del patrimonio naturale del Continente Europeo e di alcuni Stati dell’Africa. Come obiettivi principali ha la conservazione della flora e della fauna selvatiche (serpenti compresi) e dei loro habitat naturali, oltre che la promozione della cooperazione europea in tale settore.
Così recita testualmente l’Articolo 6 di suddetta convenzione:

Ogni parte contraente adotterà necessarie e opportune leggi e regolamenti onde provvedere alla particolare salvaguardia delle specie di fauna selvatica enumerate all’allegato II. Sarà segnatamente vietato per queste specie:
a) qualsiasi forma di cattura intenzionale, di detenzione e di uccisione intenzionale;
b) il deterioramento o la distruzione intenzionali dei siti di riproduzione o di riposo;
c) il molestare intenzionalmente la fauna selvatica, specie nel periodo della riproduzione, dell’allevamento e dell’ibernazione, nella misura in cui tali molestie siano significative in relazione agli scopi della presente
convenzione;
d) la distruzione o la raccolta intenzionali di uova dall’ambiente naturale o la loro detenzione quand’anche vuote;
e) la detenzione ed il commercio interno di tali animali, vivi o morti, come pure imbalsamati, nonché di parti o prodotti facilmente identificabili ottenuti dall’animale, nella misura in cui il provvedimento contribuisce a dare efficacia alle disposizioni del presente articolo.

Quasi 40 anni sono abbastanza per capire che i serpenti sono protetti? No, sembra di no: è frequente sentire frasi del tipo “E che ne sapevo! Mica posso conoscere tutte le nuove leggi, eh!”.

Se le leggi internazionali sono troppo “esterofile”, forse le leggi regionali porteranno una ventata di patriottismo anche nei più conservatori. Di seguito la legislatura ad hoc più aggiornata regione per regione:

Abruzzo: Legge Regionale n. 50 del 07-09-1993
Basilicata: –
Bolzano, provincia Autonoma: Legge Provinciale n. 27 del 13-08-1973
Calabria: Legge Regionale n. 9 del 17-05-1996
Campania: –
Emilia Romagna: Legge Regionale n. 15 del 31-07-2006
Friuli Venezia Giulia: Legge Regionale n. 34 del 03-06-1981
Lazio: Legge Regionale n. 18 del 05-04-1988
Liguria: Legge Regionale n. 4 del 22-01-1992
Lombardia: Legge Regionale Nn. 10 del 31-03-2008
Marche: –
Molise: Legge Regionale n. 28 del 06-09-1996
Piemonte: Legge Regionale n. 32 del 02-11-1982
Puglia: –
Sardegna: Legge Regionale n. 23 del 29-07-1998
Sicilia: Legge Regionale n. 33 del 01-09-1997
Toscana: Legge Regionale n. 56 del 06-04-2000
Trento, provincia Autonoma: Legge Provinciale n. 16 del 25-07-1973
Umbria: –
Valle d’Aosta: Legge Regionale n. 22 del 01-04-1987
Veneto: Legge Regionale n. 53 del 15-11-1974

Bolzano è stata la prima provincia in Italia ad aver ratificato una legge (datata 1973) finalizzata alla tutela di 11 specie di Anfibi e 10 di Rettili, imponendo anche la protezione dei loro biotopi. Altre regioni hanno successivamente e fortunatamente deciso di seguire questa scia, dotandosi di normative di più ampio respiro a salvaguardia dell’erpetofauna locale (la Valle d’Aosta, ad esempio, con la L.R. n. 22 del 1987 recepisce interamente quanto indicato nella Convenzione di Berna, sebbene le specie di Vipera siano ancora tutelate esclusivamente nelle aree protette). Leggi regionali davvero innovative sono quelle della Regione Abruzzo e della Regione Toscana, tramite le quali sono tutelate tutte le specie di Anfibi e Rettili, sanzionando finalmente anche l’uccisione di Vipera aspis. Leggi di protezione assoluta dell’erpetofauna sono quindi rilevabili anche in Valle d’Aosta, Liguria e Calabria. Regioni purtroppo ancora sprovviste di un quadro legislativo che tuteli adeguatamente e specificatamente Rettili e Anfibi sono Basilicata, Campania, Puglia, Umbria e Marche, con quest’ultima che dovrebbe rispolverare un progetto ormai giacente da anni riguardante una proposta di legge per la tutela della “piccola fauna”.
Bisogna tuttavia tener presente che la legislatura è in continuo aggiornamento e nuove leggi sono dietro l’angolo. Nel dubbio, la soluzione migliore non è uccidere, ma tutelare… per il bene della Natura e nel rispetto della legge (qualora la prima argomentazione non fosse considerata adeguatamente convincente).
Ricordiamoci che non bisogna passare da un eccesso all’altro e così come non deve essere applicata l’extrema ratio sui Rettili nostrani, analogamente non possono essere neppure considerati come docili gattini da appartamento: i serpenti sono animali selvatici e per loro costituiamo un pericolo, quindi evitiamo di molestarli prendendoli in mano o inseguendoli, soprattutto se non abbiamo dimestichezza con l’erpetofauna… in questo caso un bel morso sarebbe più che comprensibile! Non tutte le specie reagiscono nello stesso modo: il Biacco (Hierophis viridiflavus), specie abbastanza mordace, ma non velenosa, non si tira certamente indietro nel caso in cui venga catturato, anche se il suo morso non è più doloroso di quello di un ramarro, mentre la Biscia dal collare (Natrix natrix) sceglie di andare in tanatosi, fingendosi morta con tanto di lingua penzolante in stile cartone giapponese, emettendo dalla cloaca una sostanza fluida e nera che definire nauseabonda è un eufemismo, permettendole così di stimolare tutti i sensi che vengono attivati ogni qualvolta ci troviamo davanti un animale in decomposizione (in questa circostanza solo apparente). Anche la Vipera, come difesa estrema, può mordere, ma gli effetti sono molto meno tragici di quel che si possa pensare: in 21 dei 36 paesi europei in cui è reperibile una bibliografia seria e aggiornata, si stima che dal 1870 ad oggi oltre 80mila persone siano state morse da serpenti viperidi, ma solo in un centinaio di casi questo è risultato fatale. Un dato statisticamente non molto rilevante se confrontato con le vittime causate da morsi di animali ben più “pucciosi” come i cani o dalle punture di api e vespe (il che, ovviamente, non deve scatenare una “fobia alternativa”), quasi ridicolo se rapportato alle vittime quotidiane di omicidi stradali.

Anche se travolti da un’irrazionale e irrefrenabile paura, facciamo un lungo respiro e cerchiamo di trovare la soluzione migliore quando ci imbattiamo in un serpente. E’ quasi lapalissiano ricordare che dobbiamo avere alcune accortezze che possano ridurre al minimo il rischio di uno spiacevole e squamoso cheek to cheek: sono buone regole l’evitare di camminare con parti delle gambe scoperte in luoghi sassosi, ben soleggiati, magari al margine di un bosco, o di mettere le mani nell’erba senza prima aver smosso l’ambiente con la punta di un bastone. Come scriveva Virgilio, “Latet anguis in herba” (cioè “La serpe si nasconde nell’erba“). Se l’inaspettato incontro avviene, per far fuggire l’animale spesso bastano un po’ di rumore e di vibrazioni ottenute battendo i piedi in terra, ma la soluzione migliore è sempre la più semplice, cioè cambiare sentiero. Non c’è bisogno di sfoderare il coltello da Rambo e il fucile da Tony Montana per rinvigorire il proprio ribollente ego e iniziare un duello senza esclusione di colpi: la scelta di una convivenza pacifica è forse la scelta più coraggiosa e sicuramente la più saggia. D’altronde già Voltaire, circa 250 anni fa, sosteneva che “i serpenti mordono, e anche gli scoiattoli, ma solo quando si fa loro del male”.

Vorrei concludere con un brano tratto da “Il Piccolo Principe” che, seppur brevemente, prova a stravolgere poeticamente il rapporto tra uomo e serpente:
«Dove sono gli uomini?» riprese dopo un po’ il piccolo principe. «Si è un po’ soli nel deserto… »
«Si è soli anche con gli uomini», disse il serpente.

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In quali specie potremmo imbatterci in Italia?

Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia”.
Imparare a riconoscere le specie più comuni e nello stesso tempo saper controllare le proprie reazioni è il primo passo da fare per iniziare un buon rapporto con l’erpetofauna italiana.
Di seguito, grazie alle fantastiche foto e ai preziosi consigli dei fotografi naturalisti Marco Colombo (questo il suo sito di riferimento: http://www.calosoma.it/) e Matteo Di Nicola (http://www.matteodinicola.it/), ecco le schede di alcune specie che potremmo incontrare durante le nostre passeggiate nel verde di campagne e montagne o addirittura nei parchi urbani, partendo dagli innocui Colubridi e arrivando ai Viperidi.

Famiglia Colubridae

Caratteristica comune: corpo allungato e longilineo, di dimensioni generalmente comprese tra 100 e 200 cm, capo formato da poche squame di grosse dimensioni, testa distinta da collo, pupille rotonde (ad eccezione di Telescopus fallax). In Italia questa famiglia annovera specie innocue e non velenose (o poco velenose, come nel caso di Malpolon spp.).

Nome scientifico: Hierophis viridiflavus (Lacépède, 1789)
Nome comune: “Biacco”, “Frustone”, “Colubro verde e giallo”

Come riconoscerlo: Specie diurna abbastanza vivace. Presenta generalmente colorazione nera con macchie giallo-verdognole (esiste anche la sottospecie Hierophis viridiflavus carbonarius totalmente nera, sebbene alcuni autori considerino Hierophis carbonarius specie a sé stante) sia sul capo che sul resto del corpo, mentre la coda presenta caratteristiche striature. La testa è lunga e dotata di grossi occhi con pupille rotonde. Arriva a 120-180 cm di lunghezza.
Dove trovarlo: Dalle zone pianeggianti a 1800 m di altitudine, tanto in habitat naturali come zone di macchia mediterranea o pendii secchi ricchi di vegetazione, quanto in aree urbane, come parchi, rovine e scarpate stradali. E’ diffuso in tutta Italia, isole comprese.

Esemplari giovanile e adulto di Hierophis viridiflavus e dettaglio del capo (Ph. Marco Colombo)

Nome scientifico: Elaphe quatorlineata (Bonnaterre, 1790)
Nome comune: “Cervone”

Come riconoscerlo: Specie abbastanza lenta. Gli adulti hanno una livrea da marrone a bruno-grigia caratterizzata da 4 bande longitudinali marrone scure che si dissolvono avvicinandosi alla punta della coda. I giovanili presentano bande e macchie marroni scure o nere sul corpo e sul capo, ben evidenziate dalla livrea più chiara del resto del corpo. Ha una testa grande e allungata con una striscia nera in corrispondenza degli occhi, questi aventi pupille rotonde. Può oscillare tra 130 e 220 cm di lunghezza, ma generalmente non supera i 180.
Dove trovarlo: Presente dalle pianure sino a 400 m di altitudine, è diffuso principalmente in habitat caldi e secchi, ma anche in foreste di latifoglie e su pendii montani ricchi di vegetazione. E’ diffuso nell’Italia centro-meridionale.

Esemplare adulto di Elaphe quatorlineata (Ph. Matteo di Nicola)

Nome scientifico: Zamenis longissimus (Laurenti, 1768)
Nome comune: “Saettone”, “Colubro di Esculapio”

Come riconoscerlo: Specie agile, è in grado di arrampicarsi sui cespugli. Presenta un corpo sinuoso, con la parte dorsale liscia e lucida, e un capo stretto con pupille rotonde. Il colore, abbastanza omogeneo, oscilla tra il bruno-nerastro e il bruno-giallastro. Ha dimensioni comprese tra 130 e 225 cm, ma difficilmente supera i 160 cm.
Dove trovarlo: Predilige ambienti caldi e umidi come le valli fluviali ricche di vegetazione, ma può essere presente anche in ambiente urbano. In Italia è presente nelle regioni centro-settentrionali, mentre nel meridione è presente prevalentemente la specie simile Zamenis lineatus. Molto più raro è Zamenis situla, il “Colubro leopardino”, con vivaci macchie rosse su fondo grigio.

Zamenis longissimus nell’erba e su un arbusto (Ph. Marco Colombo – Matteo Di Nicola)

Nome scientifico: Coronella austriaca Laurenti, 1768
Nome comune: “Colubro liscio”

Come riconoscerlo: Specie che può essere osservata primariamente in prima mattinata o in tarda serata. La colorazione del dorso può essere grigio chiara, rossiccia, marrone chiaro o bruno nerastro, ornata da macchie scure più marcate nella parte anteriore del corpo; sul capo ha macchie scure che formano un disegno “a corona” (da cui il genere) e una striscia nera che si estende dal collo alla narice. La testa è allungata e le pupille sono rotonde. Ha dimensioni che variano tra 50 e 90 cm.
Dove trovarlo: Soprattutto in terreni soleggiati ricchi di nascondigli come vigneti, cave di pietra o pascoli. Diffuso in tutta Italia, tranne che nelle isole.

Coronella austriaca e dettaglio del capo (Ph. Marco Colombo)

Nome scientifico: Coronella girondica (Daudin, 1803)
Nome comune: “Colubro di Ricciòli”

Come riconoscerlo: Specie diurna. Morfologicamente è simile alla congenerica C. austriaca, ma è di dimensioni inferiori (40-80 cm) e sul capo presenta una macchia scura “a ferro di cavallo” e una striscia nera che si estende dal collo all’occhio.
Dove trovarlo: In ambienti detritici assolati e ricchi di vegetazione, ma anche in vigneti e in terreni agricoli. Diffuso nelle regioni occidentali dell’Italia centro-settentrionale.

Coronella girondica e dettaglio del capo (Ph. Marco Colombo)

Nome scientifico: Malpolon monspessulanus (Hermann, 1804)
Nome comune: “Colubro lacertino”, “Colubro di Montpellier”

Come riconoscerlo: A seconda dell’età e del sesso, possono avere una colorazione grigiastra abbastanza omogenea o costellata di marcati puntini neri. Il capo, morfologicamente simile a quello di una lucertola, è corto e poco distinto dal tronco, con grandi occhi sormontati da arcate sopraorbitali molto evidenti che gli conferiscono uno sguardo “da aquila”. Può mordere ed è dotato di un veleno neurotossico che, tuttavia, ha scarsi effetti sull’essere umano. Può oscillare tra 120 e 200 cm, ma generalmente ha dimensioni inferiori.
Dove trovarlo: Predilige ambienti caldi, secchi e ricchi di vegetazione, ma può essere presente anche in valli fluviali e in prossimità di muri a secco. In Italia è presente solo nelle regioni nord-occidentali. Specie simile è Malpolon insignitus, segnalato solo a Lampedusa.

Malpolon monspessulanus e dettaglio del capo (Ph. Marco Colombo)

Appartenenti a questa famiglia, ma poco diffuse sul nostro territorio, sono le specie Hemorrhois hippocrepis (“Colubro ferro di cavallo”), vagamente somigliante a Coronella girondica e diffusa solo a Pantelleria e nella Sardegna centro-meridionale, il piccolo Macroprotodon cucullatus (“Colubro dal cappuccio”), specie che solitamente non supera i 45 cm segnalata solo a Lampedusa, e Telescopus fallax (“Serpente Gatto europeo”), presente solo nel Nord-Est dell’Italia.

Dettaglio del capo di Telescopus fallax in cui sono evidenti le pupille a fessura (Ph. Matteo Di Nicola)

Famiglia Natricidae

Caratteristica comune: corpo allungato e longilineo, ma più tozzo rispetto a quello dei Colubridi, di dimensioni generalmente comprese tra 60 e 150 cm, capo formato da poche squame di grosse dimensioni, testa distinta da collo, pupille rotonde. In Italia questa famiglia annovera tutte specie innocue e non velenose.

Nome scientifico: Natrix natrix Linnaeus, 1758
Nome comune: “Biscia dal collare”, “Biscia d’acqua”, “Natrice dal collare”

Come riconoscerlo: Specie perlopiù diurna. Ha un colore di fondo grigio, verde scuro o bruno, con macchie nere di dimensioni variabili, con un collare giallo e nero posto subito dietro la grossa testa dotata di occhi con pupille rotonde. Ha dimensioni comprese tra 60 e 160 cm, con le femmine che raggiungono le dimensioni maggiori.
Dove trovarlo: Vive principalmente in ambienti umidi, in prossimità di corsi d’acqua, laghi o stagni, ma è possibile trovarla anche in prossimità di valli fluviali, boschi misti e giardini urbani. In Italia è diffusa ovunque, isola comprese. Irregolarmente distribuita in Sardegna è la sottospecie Natrix natrix cetti, anche se secondo alcuni autori N. cetti è considerata specie a sé stante.

Natrix natrix e dettaglio del capo (Ph. Marco Colombo)

Nome scientifico: Natrix tessellata Laurenti, 1768
Nome comune: “Biscia tessellata”, “Natrice tessellata”

Come riconoscerlo: Specie diurna. Il pattern è costituito da macchie scure a scacchiera che spesso si intersecano con bande trasversali più chiare distribuite su un colore di fondo grigio, olivastro o marrone. Il capo, allungato e leggermente triangolare, presenta occhi e narici rivolte verso l’alto che le sono di ausilio quando nuota; può rimanere immersa anche 30 minuti. Raggiunge i 130 cm, ma mediamente non supera i 100. Specie non aggressiva che, se minacciata, si finge morta come N. natrix, emettendo una sostanza maleodorante dalla cloaca.
Dove trovarlo: Analogamente alle altre specie congeneriche, vive in aree umide in prossimità di corsi d’acqua, laghi o stagni, ma talvolta la si può ritrovare in ambienti salmastri o salati. In Italia è diffusa ovunque, tranne che sulle isole e nelle regioni più meridionali.

Natrix tessellata durante la predazione di un Barbo e dettaglio del capo (Ph. Marco Colmbo)

Nome scientifico: Natrix maura Linnaeus, 1758
Nome comune: “Natrice viperina”

Come riconoscerlo: Specie perlopiù diurna. Il nome comune deriva dalla colorazione che ricorda molto quella delle vipere: presenta infatti marcature scure a zig-zag su base grigiastra, bruna o olivastra, con una fila di macchie scure lungo i fianchi. Essendo un’abile nuotatrice, ha occhi e narici rivolti verso l’alto, caratteristica che le permette di nuotare e contemporaneamente respirare. Generalmente non supera gli 80 cm, ma in alcuni casi può arrivare ai 100 cm di lunghezza.
Dove trovarlo: Vive in ambienti analoghi a quelli in cui è possibile osservare N. natrix, sovente a quote basse o intermedie. In Italia è diffusa in Sardegna e nelle regioni nord-occidentali.

Natrix maura e dettaglio del capo (Ph. Matteo Di Nicola – Marco Colmbo)

Famiglia Viperidae

Caratteristica comune: corpo in proporzione più corto e tozzo rispetto alle specie delle altre famiglie diffuse in Italia (in genere sono lunghe circa 90 cm), con coda nettamente distinta, testa triangolare con squame piccole e numerose, pupilla ellittica verticale, squame carenate.

Nome scientifico: Vipera ammodytes (Linnaeus, 1758)
Nome comune: “Vipera dal corno”

Come riconoscerlo: Specie attiva principalmente di giorno e al crepuscolo. Il colore di fondo è grigio chiaro, grigio scuro, bianco, giallastro, bruno, arancione o rossastro, caratteristicamente solcato da una spessa e scura banda a zig-zag che forma una serie di rombi dorsali, ma macchie scure possono essere presenti anche sui fianchi. Il capo è triangolare e nettamente distinto dal resto del corpo (così come la coda), l’apice del muso presenta un “corno” ricoperto di squame e le pupille sono a fessura verticale. Si tratta di uno dei viperidi più grandi, arrivando al metro di lunghezza. Specie che morde raramente, ma dotata di un veleno potente anche per l’uomo, raramente letale.
Dove trovarlo: Abita primariamente ambienti rocciosi o con cespugli bassi, ma anche letti di ruscelli prosciugati e boschi radi. In Italia è diffusa solo nelle regioni a Nord-Est.

Vipera ammodytes e dettaglio del capo (Ph. Marco Colmbo – Matteo Di Nicola)

Nome scientifico: Vipera aspis (Linnaeus, 1758)
Nome comune: “Vipera”, “Aspide”

Come riconoscerlo: Specie diurna. Il colore di fondo è grigio chiaro, argento, giallastro, bruno, arancione o rossastro e dorsalmente è solcato da due file di macchie nere talvolta fuse in un’unica banda ondulata o a zig-zag. Macchie scure sono presenti anche sui fianchi. Il capo è triangolare e nettamente distinto dal resto del corpo (così come la coda), l’apice del muso è rivolto verso l’alto e gli occhi hanno una pupilla a fessura verticale. Specie di medie dimensioni, generalmente misura 60-75 cm. Si tratta di un animale schivo che morde solo se minacciato, ma in quel caso potrebbe essere letale anche per noi se non si agisce in fretta.
Dove trovarlo: Predilige ambienti detritici particolarmente assolati, valli fluviali, pendii ricoperti di vegetazione o prati secchi aperti. In Italia è distribuita su tutto il territorio tranne che in Sardegna. Sono segnalate le sottospecie Vipera aspis aspis (= Vipera aspis atra) nell’Italia settentrionale, Vipera aspis francisciredi nell’Italia centrale e Vipera aspis hugyi nell’Italia meridionale.

Le 3 sottospecie di Vipera aspis: V. aspis aspis, V. aspis francisciredi e V. aspis hugyi (Ph. Marco Colmbo – Matteo Di Nicola)

Dettaglio del capo di un esemplare melanotico di Vipera aspis aspis (Ph. Matteo Di Nicola)

Nome scientifico: Vipera berus (Linnaeus, 1758)
Nome comune: “Marasso”

Come riconoscerlo: Specie diurna. Ha colorazione molto variabile, con livrea di fondo generalmente grigia, marrone o nera, più raramente arancione, olivastra o color rame. Il dorso è solitamente solcato da una banda scura a zig-zag, mentre lateralmente presenta delle macchie o punti scuri. La testa, abbastanza stretta e poco distinta dal corpo (a differenza della coda), è caratterizzata da una macchia scura posteriore a forma di X o di V. Il muso è arrotondato e non rivolto verso l’alto e le pupille sono a fessura verticale. Non mordace, è tuttavia dotata di un morso velenoso pericoloso, ma raramente letale per l’uomo.
Dove trovarlo: Abita principalmente ambienti freschi aperti, molto umidi e con forti escursioni termiche. In Italia è presente solo nelle regioni nord-orientali.

Vipera berus, con in evidenza la variabilità intraspecifica, e dettaglio del capo (Ph. Marco Colombo)

Nome scientifico: Vipera ursinii (Bonaparte, 1835)
Nome comune: “Vipera dell’Orsini”

Come riconoscerlo: Specie diurna. Con pattern simile a quello di V. ammodytes, ha colore di fondo grigio chiaro, giallognolo o marrone chiaro e dorsalmente è attraversata da una banda scura a zig-zag con distinti bordi neri. La testa è stretta ed è poco distinta dal corpo, il muso non è rivolto verso l’alto e le pupille sono a fessura verticale. Si tratta della specie nostrana più piccola, raggiungendo raramente i 50 cm. Molto schiva, morde raramente ed è dotata di un veleno che provoca forti dolori, ma non è letale per l’essere umano.
Dove trovarlo: Vive in ambienti aperti e soleggiati, spesso intervallati da cespugli. In Italia è sporadicamente presente solo nelle regioni centrali.

Vipera ursinii e dettaglio del capo (Ph. Matteo Di Nicola – Marco Colombo)

Nome scientifico: Vipera walser Ghielmi, Menegon, Marsden, Laddaga, Ursenbacher, 2016
Nome comune: “Vipera dei Walser”

Come riconoscerlo: A un primo sguardo è quasi inconfondibile da Vipera berus, ma si differenzia da questa se si osserva attentamente la diversa disposizione delle placche craniali. Si sa ancora poco circa le sue abitudini essendo una specie descritta molto recentemente.
Dove trovarlo: Attualmente è stata rinvenuta solo nelle Alpi occidentali italiane, con due popolazioni individuate nel Piemonte orientale e distribuite in una zona di appena 500 km² totali.

Vipera walser (Ph. Marco Colombo)

Famiglia Boidae

Caratteristica comune: essendo Eryx jaculus l’unica specie presente sul territorio comune, le caratteristiche generali della famiglia sono poco rilevanti.

Nome scientifico: Eryx jaculus (Linnaeus, 1758)
Nome comune: “Boa delle sabbie”

Come riconoscerlo: Specie perlopiù notturna. Ha un colore di base rossastro, grigio o bruno attraversato da un pattern costituito da macchie nere e chiare che formano un motivo reticolato. Macchie scure sono presenti anche sui fianchi. La testa è piccola e non distinta dal resto del corpo. Ha dimensioni ridotte, comprese tra 30 e 60 cm. Non è velenoso, ma cattura le sue prede avvolgendole tra le sue spire.
Dove trovarlo: Generalmente presente in valli fluviali e in ambienti ciottolosi pianeggianti, trova spesso riparo sotto terra, sotto i sassi e in tane preesistenti o da lui scavate. Probabilmente introdotta dagli antichi Greci, in Italia la specie è stata recentemente segnalata solo nella parte meridionale della Sicilia.

Eryx jaculus tipicamente in ambiente sabbioso (Ph. Matteo Di Nicola)

Meritano una menzione anche Anguis veronensis, o “Orbettino”, e Chalcides chalcides, conosciuto come “Luscengola”, spesso assimilati ai serpenti, avendo un corpo allungato e relativamente sottile. Nonostante l’aspetto “serpentiforme”, in realtà sono lucertole! Li si distingue facilmente sia per la lunghezza del corpo, che generalmente non supera i pochi decimetri, che per le piccolissime zampette ridottissime o del tutto atrofizzate, mai presenti nei serpenti. In comune con le lucertole è anche la capacità di perdere la coda in caso di pericolo imminente (autotomia). Parafrasando liberamente Donatella Rettore, “l’Orbettino non è un serpente, ma un Rettile frequente confuso erroneamente, l’Orbettino non è una Biscia, ma una Lucertola che striscia quando vede te!“.

Anguis veronensis a primo impatto potrebbe ricordare un serpente (Ph. Marco Colombo)

Se dopo queste foto ancora ritenete che i serpenti siano “immondi animali schifosi”, questo brano umoristico tratto da un testo di Giobbe Covatta potrebbe fornire una visione ironica (ma verosimile) diametralmente opposta:
“Eva si trovava vicino a un albero; a un tratto si girò e vide un serpente. E disse: «Che schifo! » «Sei bella tu!» rispose il serpente, che era permaloso”.

Andrea Bonifazi

Bibliografia

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