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Spenti, quiescenti, attivi. I vulcani del Tirreno fanno paura?

Nel mar Tirreno, al largo delle coste calabre di fronte a Capo Vaticano, è stato scoperto un nuovo vulcano sottomarino. La notizia non è propriamente nuova, dal momento che il vulcano in questione è stato localizzato nel 2010 da alcuni ricercatori dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia (INGV), in collaborazione con l’Università della Calabria, sotto la guida del Dr. Massimo Chiappini dell’INGV.

Si ritiene di evidenziarne però l’esistenza per introdurre un discorso più ampio sul vulcanismo, attivo e inattivo, del Basso Tirreno.

Il vulcano calabro, rimasto ancora senza un nome, è inattivo da millenni e risulta essere collocato sulla faglia che dette origine al disastroso terremoto di magnitudo 6,7 che colpì la Calabria nel 1905, provocando oltre 500 morti e migliaia di senzatetto.

Il suo edificio si eleva dal fondo del Tirreno giungendo con la cima alla profondità di 120 metri sotto il livello del mare, mentre si estende per circa 15 Km (38° 50’ lat.N; 15°50’long.E).

Ubicazione del “nuovo” vulcano che va ad aggiungersi agli altri 28, tra attivi e spenti, del territorio italiano. La concentrazione principale interessa l’area sud-occidentale del Tirreno compresa tra Sicilia, Calabria e Campania, in corrispondenza della zona profonda di “scontro” tra la placca africana e quella ionica.

La scoperta è stata fatta basandosi su una intuizione scaturita dall’esame della carta magnetica d’Italia, messa a punto nel 2000, che lo segnalava con un puntino rosso.

La Calabria non è una terra di vulcani e la presenza di un vulcano in quell’area risultò una ipotesi da verificare e approfondire. Due fattori concorsero a favorire l’attendibilità di quanto ipotizzato: l’abbondanza di pomici della zona di Capo Vaticano e il rilevamento effettuato con la tecnica aeromagnetica.

Riguardo le pietre pomici, è risaputo che queste si formano durante eruzioni violente, quando il magma espulso viene a contatto con l’acqua di mare. Dalle datazioni radiometriche delle pomici di Capo Vaticano rinvenute sulla terraferma risultò che l’attività del vulcano che le aveva prodotte sarebbe durata da un milione e 70mila anni a 670mila anni fa.

Per l’individuazione del vulcano sono state invece fondamentali le variazioni riscontrate nelle misurazioni del campo magnetico terrestre eseguite mediante magnetometri installati a bordo di un elicottero che sorvolava l’area oggetto dell’indagine.

Chiappini ritiene che “gli attuali modelli geodinamici del Tirreno possano essere ora messi in discussione dalla recente scoperta, che indica come i vulcani delle Eolie si estendessero verso Est ben oltre quanto fino ad oggi ritenuto”.

I dati ufficiali posizionavano infatti il vulcanismo delle Eolie fino a poco oltre Panarea e Stromboli, mentre la scoperta di un nuovo vulcano ne estende l’areale fino alle coste della Calabria.

Il “nuovo” vulcano è situato non molto lontano dal conosciutissimo e temuto vulcano Marsili che, con i suoi tremila metri di altezza, domina il fondale marino del Tirreno fino alla quota di 450 metri sotto il livello del mare, a soli 150 km ad Ovest delle coste calabre e con il suo imponente edificio (2100 mq di superficie), rappresenta uno dei più estesi vulcani d’Europa.

Il vulcano Marsili e la propagazione dello tsunami che conseguirebbe ad una eruzione. Le regioni direttamente minacciate sono, oltre alle isole Eolie, la Sicilia, la Calabria e la Campania.

Il vulcano Marsili appartiene all’arco insulare Eolico, è attivo e la sua attività ha avuto inizio molto più recentemente (200mila anni fa) dell’antico vulcano “senza nome”.

La sua pericolosità era già stata evidenziata nel 2010 dal prof. Boschi, presidente dell’INGV, che l’ha ribadita qualche settimana fa.

“Il vulcano non è strutturalmente solido”, dichiarava Boschi, già due anni fa. “Potrebbe entrare in eruzione in qualsiasi momento”, supponeva, avvertendo quindi che il rischio era reale e quello che serviva era un monitoraggio continuo.

D’altra parte, a fine luglio scorso, lo stesso INGV, per bocca della Dott.ssa Lucia Marsili, negava una relazione tra gli eventi sismici di quei giorni nell’area Tirrenica e una potenziale eruzione del vulcano. Si trattava – affermava Marsili – del normale decorso della tettonica a placche che in quell’area si esplica con la placca ionica che, in collisione con la placca africana, va ad immergersi sotto la Calabria e sprofonda verso nord-ovest al di sotto del bacino tirrenico.

“Sappiamo che la Calabria si muove in senso opposto all’Africa di 3,5 mm all’anno”, affermava la studiosa. “La zona di subduzione della crosta terrestre, che correva un tempo lungo tutto l’Appennino, oggi è limitata a 200 km sotto la Calabria”. Qui si originano, in profondità, i terremoti avvertiti così frequentemente in superficie.

Niente connessione con il vulcano Marsili, quindi.

Rimane il fatto che, per via dei movimenti profondi della crosta terrestre, tutta l’area tirrenica meridionale è instabile e potenzialmente a rischio.

E il rischio comprende anche la ripresa dell’attività vulcanica e i crolli dei pendii a causa della loro instabilità. Infatti, vicino al Marsili, a nord di Ustica, c’è un altro vulcano, il Valivov, potenzialmente pericoloso perchè, anche se attualmente inattivo, con il crollo di parte dei suoi fianchi, potrebbe provocare devastanti onde di tsunami.

E, come non bastasse, nel golfo di Policastro, in direzione nord-est rispetto al Marsili, a soli 32 Km dalla costa, 150 dal Golfo di Napoli e 83 dalla costa calabra di Diamante, c’è anche il vulcano Palinuro, un vulcano vecchio di due milioni di anni, ma che potrebbe ancora fare la sua parte.

Certamente, un’eruzione in questa parte di Tirreno, anche da parte di uno solo dei vulcani elencati, provocherebbe onde di tsunami che si abbatterebbero su Sicilia, Calabria e Campania, con devastazioni inimmaginabili.

Come si vede, tutta quest’area è interessata da fenomeni che si sono manifestati in un passato anche storico con  modalità spesso catastrofiche (ricordiamo gli eventi più famosi legati al Vesuvio e allo Stromboli); ma continuano ad avere connessioni profonde con i movimenti crustali sottomarini.

Allo stato attuale, comunque – è bene ribadirlo – riguardo le eruzioni vulcaniche, così come per i terremoti, non è possibile per la Scienza fare previsioni, ma solo continuare l’opera di monitoraggio dei vulcani, auspicando che la prevenzione del territorio sia assicurata.

La prima funzione attiene alla Scienza, la seconda agli organi governativi preposti.

Ci pare opportuno mettere in evidenza che, riferendosi all’area del basso Tirreno e al suo vulcanismo, troppi ciarlatani  e pseudoscienziati dell’ultima ora, servendosi dei media o del web, particolarmente adesso, all’approssimarsi della data “fatidica” del 21 dicembre 2012 e della profezia Maya, fanno del catastrofismo ingiustificato, creando panico, allarmismo e apprensioni che sono del tutto destituite da qualsiasi fondamento scientifico, oltre che logico.

Leonardo Debbia
26 novembre 2012

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