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Sant’Omero…
Un Diamante Italiano

Ci sono particolari e perfetti viaggi nella bellezza e nella armonia antica della nostra Italia, dei suoi  paesi e città che restano fermi nel profondo della memoria e dell’anima, indelebili, senza possibilità  alcuna di essere cancellati  pena la perdita certa di una armonia interiore.

Procedendo dalla “Strada Sentiero” che si addentra intrigata nella campagna profumata, intrisa di verde brillante come le ali  iridescenti di un coleottero raro, si scopre come l’immaginario collettivo detta per legge misteriosa della comunicazione simboli ed archetipi antichi che assumono significati profondi, santi e religiosi in primis e a volte profani all’occhio irridente del laico di passaggio.

Le parole sussurrate e altrimenti  dette sono ali veloci a Sant’Omero. Sfrecciano nella piazza e tra gli archi delle  porte di accesso alla città incastonata come un autentico gioiello tra le colline, i monti  e la pianura della Val Vibrata. Gli occhi degli abitanti di questa meraviglia chiamata paese siano essi chiari o scuri  “stanno” penetranti come a scrutare il mare che si concede come un’amante  gentile in lontananza con un azzurro perfino imbarazzante nella sua perfezione nei giorni di tempo limpido.

Girare per le stradine e per il vario saliscendi di piccole rampe dona un piacere profondo distratto solo dalle centinaia e centinaia  di fiori, colori, profumi e piante sdraiate sui balconi e sugli usci delle porte segnate dal tempo. Un dio né minore né maggiore ma certamente d’amore ha voluto Sant’Omero al mondo e il suo essere sospeso nel tempo con grazia speciale e che risuona nel calpestio delle antiche pavimentazioni che il Sindaco, Alberto Pompizi, Alberto come lo chiamano e conoscono assai bene tutti, dice sarebbe prezioso ripristinare, passando lentamente  la mano sulle pietre antiche come fa l’orefice con le pietre di valore.

E’questo che prende il cuore al reporter, questa tenerezza  del Primo Cittadino  e dei suoi amici e collaboratori nei racconti precisi, netti di un mondo antico che vuole resistere per testimoniare della grandezza e della storia del paese. Non basterebbero pagine e cento tomi per parlare  a fondo di questo paese sacro e magico ma ci limiteremo se pur a malincuore a parlare di una antica testimonianza: “Santa Maria a Vico”. La Chiesa. Siamo entrati  dunque nella Chiesa in silenzio per sentire l’eco, la suggestione mistica tra le piccole navate. Ci viene detto che già nel Trecento la chiesa fu oggetto di importanti restauri all’interno e che recano ancora tracce di affreschi sulle pareti anche se  alcuni  di essi  scoloriti dal tempo Una Madonna col Bambino, un Cristo sul trono, una Annunciazione ed ancora una  Madonna col Bambino parlano ai nostri occhi di una ascetica emozione. Furono dipinti nei primi decenni del Trecento, rivelando componenti di stile giottesco. Qualche tempo dopo furono invece dipinte anche figure poste sotto un arco, tra cui un Cristo benedicente e un San Giovanni Evangelista.

Gli antichi costruttori di Sant’Omero decisero la costruzione della chiesa che già dall’inizio esprimeva la sua particolarità in tre navate divise da sei piloni di mattoni, poggiati su semplicissimi e  rozzi capitelli. Nel Trecento venne realizzata una facciata nella quale si trova inglobata anche la tarchiata torre campanaria. Ancora oggi  si nota una differenza evidente  tra esterno della chiesa in mattone e interno della stessa in pietra fatta eccezione per le colonne che sono anch’esse in mattoni. Quello che stupisce sono le curiose decorazioni di laterizi realizzate  a spina di pesce presenti solo nella chiesa di San Leucio ad Atessa. Sulla la decorazione del portale  si scorgono blocchi di pietra scolpiti  con tecnica “a negativo”, a figure incassate nella pietra anziché a rilievo come di norma. Scopriamo così il misterioso Agnello con la Croce l’Agnus Dei, Agnello di Dio. Ancora Simboli Evangelici come  Il Leone Alato di San Marco, il Bue Alato di San Luca e l’Aquila di San Giovanni seguiti da gentili  motivi geometrici e floreali.

Gli studiosi europei hanno collegato questi elementi decorativi a reminiscenze di elementi paleocristiani contenuti nella riforma gregoriana che ebbe origine nell’abbazia di Montecassino. Molto belle sono le grate in pietra, le “transenne”, che chiudono le finestre. Tranne una, sono tutte ricostruite nell’ottocentesco come il rosone. Non potevamo quindi non regalarci  ancora elementi di  questa incredibile scoperta della Val Vibrata e degli altri comuni del circondario. Appare primo in evidenza naturale  tra questi  Sant’Omero, i suoi ruderi del castello e del  Palazzo Marchesale per volontà del Marchese e Abate Don Alvaro Mendoza y Alarçon ed un Crocifisso in legno risalente al Trecento custodito gelosamente nella chiesa parrocchiale.

Indicate da Sant’Omero come fedeli amiche civiche della valle ecco San Martino, a Nereto, nella  cui romanità ecclesiale si ammirano sculture, decorazioni, capitelli e blocchi di pietra scolpiti a rilievo con graziose rosette  incastonate nella facciata al portale. Ancora Sant’Egidio alla Vibrata dedicata come chiesa all’omonimo Santo, fondata addirittura nel XII secolo rifatta più volte e nel corso dei secoli con annessione del campanile e del portale nel Cinquecento.  Il percorso dei doni della Val vibrata è così ricco che la mente ci si perde.  Lungo la strada che porta verso la frazione di Villa Lempa sulla sinistra, un po’ infossate nella campagna, si scorgono le rovine di Faraone Vecchio, un borgo abbandonato suggestivo ed antico  e da Villa Lempa si raggiunge poi l’Abbazia di Montesanto, arroccata nel bosco su una collina che guarda da nord Civitella… Che dire ancora chiediamo al primo cittadino che ha voluto mostrare segreti e opere d’arte incommensurabili al narratore, che dire ancora di bello e interessante su questa terra benedetta? La risposta invero è contenuta dall’affetto ritrovato e spontaneo del visitatore che si inoltra lungo queste vie, questi passaggi emozionali, questa dolce amara canzone senza fine chiamata Val Vibrata. Ecco perché possiamo con la testa e con il cuore dire: “Benvenuti a Sant’Omero. Vi aspetta un vero diamante Italiano”.

Francesco Alessandro Squillino
9 novembre 2012 



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