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Ritorno da Zealandia, il continente perduto

Dopo un viaggio di nove settimane per studiare il continente sommerso di Zealandia, nel Sud del Pacifico, un team di 32 scienziati provenienti da dodici paesi diversi è giunto ad Hobart, in Tasmania, a conclusione di una ricerca condotta con la nave scientifica JOIDES Resolution

(acronimo di Joint Oceanographic Institutions Deep Earth Sampler).

La nave dispone di un complesso sistema di perforazione per carotaggi profondi, vari laboratori di analisi fotografiche, chimiche, radiologiche per esami approfonditi dei fondali oceanici.

I ricercatori, facenti parte dell’Integrated Ocean Drilling Program (IODP), tornavano dalla spedizione di esplorazione della Zealandia.

Percorso della spedizione scientifica sul continente perduto di Zealandia (crediti: IODP)

L’organizzazione coordina i viaggi per studiare la storia della Terra registrata nei sedimenti e nelle rocce del fondale marino.

“La Zealandia, un continente sommerso, rimasto a lungo sconosciuto, posto com’è al di sotto delle acque dell’Oceano, rinuncia ai suoi segreti di 60 milioni di anni per merito della ricerca scientifica”, dichiara Jamie Allan, direttore del programma della divisione National Science Foundation of Ocean Sciences, che supporta l’IODP.

“Questa spedizione ha offerto approfondimenti della storia della Terra, che vanno dalle montagne in Nuova Zelanda ai movimenti delle placche terrestri, ai cambiamenti nella circolazione oceanica e nel clima globale”.

All’inizio di quest’anno, dopo anni di attesa, la Zealandia è stata finalmente confermata come settimo continente della Terra, anche se poco conosciuto, data la profondità media di un chilometro sotto il livello del mare cui è situato.

Finora l’intera area è stata scarsamente analizzata e campionata.

I ricercatori hanno ora perforato il fondale marino in sei siti, alla profondità di 1250 metri,

raccogliendo 2500 metri di sedimenti dagli strati attraversati, che testimoniano i cambiamenti della geografia, del vulcanismo e del clima della Zealandia negli ultimi 70 milioni di anni.

Secondo Gerald Dickens, docente di Scienze della Terra ed esperto di Oceanografia presso la Rice University di Houston, Texas, sono state fatte nuove scoperte fossili, a dimostrazione che la Zealandia non è rimasta sempre alla stessa profondità, come si presenta oggi ma è immersa e riemersa più volte.

“Più di 8000 esemplari sono stati studiati e sono state identificate diverse centinaia di specie fossili”, afferma Dickens. “La scoperta di gusci microscopici di organismi che vivevano in caldi mari superficiali, di spore e pollini di piante terrestri rivelano che nel passato la geografia e il clima della Zealandia furono completamente diversi”.

Secondo Dickens, le nuove scoperte mostrano che la formazione, tra i 40 e i 50 milioni di anni fa, dell’Anello di fuoco del Pacifico, il grande arco marino di vulcani attivi che si estende lungo il perimetro costiero dell’Oceano Pacifico, ha prodotto drastici cambiamenti nelle profondità oceaniche e nell’attività vulcanica, piegando e deformando il fondale marino della Zealandia.

Inizialmente, gli studiosi avevano creduto che la Zealandia fosse già sommersa quando si separò dall’Australia e dall’Antartide, circa 80 milioni di anni fa.

“Anche se fosse andata così, gli incisivi cambiamenti successivi modellarono il continente trasformandolo così come lo abbiamo esplorato oggi”, commenta Rupert Sutherland, ricercatore della Wellington University, Nuova Zelanda, leader della ricerca in coppia con Dickens.

“I grandi cambiamenti geografici del Nord della Nuova Zelanda, pari alla dimensione dell’India, hanno rilevanti implicazioni per comprendere questioni come il modo in cui le piante e gli animali abbiano avuto modo di diffondersi ed evolversi nel Sud del Pacifico”.

Le analisi sui sedimenti riportati in luce dalla spedizione saranno incentrati sulla comprensione delle modalità di movimento delle placche tettoniche terrestri e del funzionamento del sistema climatico globale.

Le prove della storia della Zealandia, spiegate dai ricercatori, potranno fornire un test per la modellazione al computer per la previsione di futuri cambiamenti climatici.

Sicuramente, il continente sommerso avrà molto da raccontare. Si tratta senza dubbio di un tassello molto importante del puzzle in cui si configura il passato del nostro pianeta.

Leonardo Debbia

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