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Riscaldamento globale in frenata. Perché l’Oceano Pacifico è più caldo?

Un recente rallentamento del riscaldamento globale ha portato qualche scettico a ritenere che le emissioni di carbonio industriale non siano la vera causa dell’aumento delle temperature registrato nel corso degli ultimi cento anni.

L’Oceano Pacifico visto dalla Stazione Spaziale Internazionale (fonte: NASA)

L’Oceano Pacifico visto dalla Stazione Spaziale Internazionale (fonte: NASA)

La rivista Science ha pubblicato i risultati di una ricerca in cui si spiega che gli oceani, in questo momento, stanno assorbendo una parte del calore in eccesso. In una ricostruzione delle temperature del Pacifico degli ultimi 10mila anni, i ricercatori hanno scoperto che, alle medie profondità, nel breve periodo degli ultimi 60 anni si è verificato un riscaldamento 15 volte più veloce di quanto abbia impiegato durante gli ultimi 10mila anni.

“L’oceano sta assorbendo tutto questo calore e noi non sappiamo quali reazioni potrà avere e come influenzerà il clima”, ha affermato il co-autore dello studio, Braddock Linsley, studioso del clima al Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University. “Non è tanto l’entità del cambiamento, quanto il tasso di velocità del cambiamento”.

Il recente rallentamento del tasso di riscaldamento globale è stato segnalato, nello scorso settembre, anche in un rapporto dell’IPCC, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite.

Mentre le temperature sono aumentate di circa un quinto di grado Farenheit per decennio, dal 1950 al 1990, il riscaldamento ha rallentato la sua velocità solo della metà, dopo il caldo record del 1998.

Gli scienziati dell’IPCC concordano sul fatto che gran parte del calore che le attività antropiche hanno immesso nell’atmosfera dal 1970 in poi, attraverso le emissioni di gas a effetto serra, è stata probabilmente assorbita dagli oceani.

Tuttavia, i risultati pubblicati su Science hanno considerato questa ipotesi solo sul lungo periodo e ritengono che negli oceani possano essere immagazzinate ancora ingenti quantità di calore, una parte ancora di rilievo rispetto a quelle che sono già state immesse.

“Forse abbiamo sottovalutato l’efficienza degli oceani come serbatoi di calore e di energia”, dice Yair Rosenthal , scienziato del clima presso la Rutgers University. “Questo ci può far guadagnare tempo – quanto, non ne ho idea – anche se non ferma di sicuro il riscaldamento del clima”.

Il calore degli oceani viene misurato generalmente per mezzo di boe sparse nell’oceano e trascinate da navi, secondo sistemi di rilevamento anni ’60.

Per guardare più indietro nel tempo, gli scienziati hanno sviluppato nuovi metodi per analizzare la chimica della antica vita marina, al fine di ricostruire i climi in cui questa è vissuta.

Nel 2003 una spedizione in Indonesia ha raccolto nuclei di sedimenti marini nell’area in cui

l’acqua del Pacifico sfocia nell’Oceano Indiano. Misurando i livelli di magnesio e di calcio nel guscio della Hyalinea Baltica, un organismo unicellulare fossile sepolto in quei sedimenti, i ricercatori hanno stimato la temperatura delle acque di media profondità, tra i 1500 e i 3000 metri, l’ambiente in cui la H. balticha è vissuta.

I dati delle temperature riflettono le medie di tutto il Pacifico occidentale – dicono gli studiosi – dal momento che le acque intorno all’Indonesia provengono dalle medie profondità del Nord e del Sud Pacifico.

Anche se il clima degli ultimi 10mila anni è stato ritenuto relativamente stabile, è stato trovato che le medie temperature delle profondità del Pacifico hanno avuto generalmente una tendenza al raffreddamento, pur se con diversi alti e bassi.

Da circa 7000 anni fa, fino all’inizio del Periodo Caldo Medievale nel nord Europa, verso il 1100, l’acqua cominciò a raffreddarsi gradualmente di circa 1 grado centigrado. La velocità di raffreddamento, poi, aumentò durante la cosiddetta Piccola Era Glaciale che seguì, scendendo di poco più di un altro grado, fino a circa il 1600.

Gli autori attribuiscono le cause del primo raffreddamento, quello da 7000 anni fino all’inizio del Periodo Caldo Medievale, ai cambiamenti di orientamento della Terra rispetto al Sole, la cui luce cadeva sui poli con un angolo di incidenza minore, con una conseguente minore irradiazione al suolo.

Nel 1600 le temperature cominciarono gradualmente a risalire. Poi, negli ultimi 60 anni, le temperature della fascia d’acqua compresa tra la superficie del mare e la profondità di 2200 metri sono aumentate in media di 0,18 gradi centigradi, un incremento che potrebbe sembrare piccolo, ma si tratta invece di un tasso di riscaldamento 15 volte più veloce di qualsiasi altro periodo degli ultimi 10mila anni, secondo Linsley.

Una spiegazione per il recente rallentamento del riscaldamento globale è che un prolungato raffreddamento delle acque del Pacifico orientale come quello provocato dal fenomeno de La Nina aveva compensato l’aumento globale delle temperature provocato dai gas serra.

E in effetti, in uno studio sulla rivista Nature dello scorso mese di agosto i modelli climatici della Scripps Institution of Oceanography dimostravano che il raffreddamento prodotto da La Nina nel Pacifico sembrava aver abbassato la temperatura media globale durante gli inverni dell’emisfero boreale, ma, allo stesso modo, faceva aumentare le temperature durante l’estate, provocando così l’ondata di caldo che lo scorso anno aveva colpito gli Stati Uniti e la continua perdita di ghiaccio marino nell’Artico.

Quando il ciclo de La Nina si interrompeva e il Pacifico ritornava ad essere più caldo con la consueta fase del Nino, le temperature globali potevano nuovamente tornare a salire, insieme al tasso di riscaldamento.

“Il riscaldamento globale non si manifesta con un graduale riscaldamento da un anno all’altro”, ha detto Kevin Trenberth, uno scienziato del clima presso il National Center for Atmospheric Research di Boulder, Colorado, che non partecipava alla ricerca. “Non accade nulla per dieci anni e poi si ha un improvviso balzo in avanti; e non si ritorna di nuovo sui livelli precedenti”.

“La prospettiva sul lungo termine dello studio suggerisce che la recente pausa del riscaldamento globale può solo riflettere variazioni casuali di calore tra atmosfera e oceano, di scarsa importanza sugli effetti a lungo termine”, afferma Drew Shindell, un altro climatologo, autore principale dell’ultimo rapporto dell’IPCC. “La temperatura è solo uno degli indicatori climatici. E’ invece opportuno guardare l’insieme, osservandone anche altri, quali il totale dell’energia immagazzinata dal sistema climatico, il ghiaccio di fusione, il vapore acqueo nell’atmosfera, la copertura nevosa e così via”.

Leonardo Debbia

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