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Previsti violenti terremoti in Himalaya

Immagine satellitare della regione Himalayana (fonte NASA)

Immagine satellitare della regione Himalayana (fonte NASA)

In passato, violenti terremoti di magnitudo 8-8.5 hanno lasciato profonde cicatrici nella catena himalayana. La notizia è stata data di recente dalla rivista Nature Geoscience mediante la pubblicazione del relativo studio della Nanyang Technology University di Singapore, i cui scienziati hanno affermato che eventi sismici di quella portata potrebbero verificarsi ancora in quella regione, soprattutto nelle aree che presentano fratture molto estese lasciate dai terremoti regionali del passato.

Questa scoperta ha enormi implicazioni per la zona situata lungo il fronte che si snoda davanti alla catena montuosa himalayana e che ha una densità di popolazione paragonabile a quella dell’intera città di New York.

E’ stato il professor Paul Tapponier, della NTU di Singapore, riconosciuto come uno scienziato di primo piano nel campo della neotettonica, a dichiarare che il fatto che terremoti così devastanti si siano già verificati in passato in quella regione sta a significare che anche per il futuro si ci può aspettare che terremoti di simile magnitudo possano tornare a colpire ancora quella regione, soprattutto in alcune aree, già fratturate da un evento sismico antico.

La catena himalayana

La catena himalayana.

Lo studio è stato condotto dall’EOS (Earth Observatory of Singapore), organo della NTU, unitamente a quelli di altri scienziati in Nepal e in Francia, ed ha dimostrato che per due volte, nel 1255 e nel 1934 due grandi eventi sismici hanno fratturato la superficie terrestre nella regione dell’Himalaya; e questo contrariamente a quanto ritenuto in precedenza dagli scienziati.

Terremoti così estremi non sono estranei a questa regione, come del resto è accaduto negli anni 1897, 1905, 1934 e 1950, tutti eventi di magnitudo elevata, compresa tra 7.8 e 8.9 gradi della scala Richter e tutti seguiti da ingenti danni. Non si era però finora ritenuto che questi avessero fratturato la superficie terrestre. Erano stati classificati come terremoti ciechi, le cui conseguenze superficiali sono molto difficili da individuare.

Tuttavia il professor Tapponier afferma che, combinando le nuove immagini ad alta risoluzione con le avanzate tecniche di datazione di cui oggi si dispone, si potrebbe dimostrare che il terremoto del 1934 ha prodotto una frattura della superficie terrestre lunga 150 chilometri a sud della regione che comprende il Monte Everest.

Regione himalayana. Evidenziata la regione interessata dalla lunga frattura prodotta dagli eventi sismicitra la placca Indiana e la placca Asiatica

Regione himalayana. Evidenziata la regione interessata dalla lunga frattura prodotta dagli eventi sismici tra la placca Indiana e la placca Asiatica.

Questa frattura si è formata in Nepal lungo la faglia principale che segna oggi il confine tra le placche tettoniche Indiana e Asiatica ed è conosciuta anche come Main Frontal Thrust (MFT) o spinta frontale principale.

Utilizzando la datazione al radiocarbonio di sedimenti fluviali di compensazione e di depositi derivati da pendici collinari crollate, il team di ricerca è riuscito a separare centinaia di episodi di movimenti tettonici su questa enorme faglia e a stabilire i tempi dei due terremoti, avvenuti a circa 7 secoli di distanza uno dall’altro.

“L’importanza di questo risultato” – ha detto Tapponier – “è sapere che questi terremoti di magnitudo 8-8.5 possono avvenire al massimo due volte per millennio su questo tratto di faglia, il che consente una migliore valutazione del rischio che rappresentano per gli abitanti delle zone  circostanti”.

Il prof. Tapponier avverte anche che il lungo intervallo tra i due eventi sismici scoperti di recente non significa che le persone debbano essere tranquillizzate ritenendo che c’è ancora tempo prima che un fortissimo terremoto torni a colpire la regione.

“Le nostre osservazioni non vogliono dire che il prossimo mega-terremoto in Himalaya avverrà fra molti secoli, perché ancora non ne sappiamo abbastanza sui segmenti adiacenti la MFT”, spiega Tapponier.

“Si suggerisce, al contrario, che le aree ad ovest e ad est della rottura della superficie del Nepal del 1934 sono ora a maggior rischio di un forte terremoto, dato che esistono pochi dati, per non dire praticamente nessuno, per affermare con esattezza quando un ultimo sconvolgente terremoto sia accaduto in questi settori”.

Il prossimo passo per Tapponier e i suoi scienziati dell’EOS è quello di scoprire la piena portata di tali rotture di faglia, che consentirà poi loro di costruire un modello più completo della pericolosità sismica lungo il fronte himalayano.

Leonardo Debbia
12 gennaio 2013

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