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Piove a dirotto. Anzi…diluvia!

La raccolta dei dati sulle precipitazioni globali effettuata dall’Università di Adelaide indica che l’intensità degli eventi estremi di pioggia è in aumento in tutto il mondo. Tale incremento è stato collegato con l’aumento delle temperature medie dell’atmosfera.

La raccolta dei dati sulle precipitazioni globali effettuata dall’Università di Adelaide indica che l’intensità degli eventi estremi di pioggia è in aumento in tutto il mondo. Tale incremento è stato collegato con l’aumento delle temperature medie dell’atmosfera.

In meteorologia, parlando di piovosità di una regione, si indica la quantità di precipitazioni, considerando, oltre la pioggia, anche la grandine e la neve, che cade su una determinata regione in un dato periodo dell’anno. La piovosità viene espressa in millimetri, ipotizzando che lo strato d’acqua rimanga sul terreno e non subisca né perdite per evaporazione né incrementi per  infiltrazioni d’apporto.

I dati vengono registrati a mezzo pluviometri e pluviografi dalle stazioni meteorologiche.

Una recentissima raccolta mondiale dei dati sulla piovosità globale terrestre, eseguita dall’Università di Adelaide, Australia, ha indotto a ritenere che l’intensità delle precipitazioni estreme, quali uragani, tempeste e cicloni, sia in aumento in tutto il mondo, in accordo con l’aumento delle temperature medie globali.

Lo studio è in corso di pubblicazione sul Journal of Climate e la ricerca ha visto coinvolti anche studiosi dell’Università di New South Wales, Australia, e dell’Università di Victoria in Canada.

Nel corso di questa raccolta dei dati – la più completa fin qui realizzata – in cui è stato osservato l’incremento delle precipitazioni estreme, i ricercatori hanno associato questo fenomeno con le temperature atmosferiche rilevate da svariate stazioni meteorologiche nel corso di più di 8000 misurazioni effettuate in tutto il mondo.

L’autore principale della ricerca, Dr Seth Westra, ha commentato: “I risultati dicono che le precipitazioni estreme sono mediamente in aumento a livello globale, mostrando che, per ogni grado di incremento della temperatura atmosferica globale, è in atto un aumento del 7% di intensità estrema della pioggia. Ipotizzando che l’incremento della temperatura atmosferica globale si spinga fino ai 3 o ai 5 gradi centigradi entro la fine del 21° secolo, questo potrebbe significare un aumento molto significativo dell’intensità della pioggia in relazione ai cambiamenti climatici, con le conseguenze che deriverebbero per l’uomo e l’ambiente”.

Westra, che è professore della Scuola di Ingegneria Civile, Ambientale e delle Miniere presso l’Università di Adelaide e membro dell’Istituto dell’Ambiente, ha dichiarato che questi trends (o tendenze) delle precipitazioni estreme sono stati esaminati sul lungo periodo, dal 1900 al 2009 per determinare se gli aumenti abbiano riguardato l’intensità oppure la frequenza dei fenomeni.

“I risultati mostrano che gli aumenti delle precipitazioni estreme del periodo considerato interessano entrambi i parametri in esame e appaiono essere collegati all’aumento della temperatura media terrestre, che nello stesso periodo è salita di circa un grado”.

“Se queste precipitazioni estreme continueranno ad intensificarsi, ci si può aspettare come naturale conseguenza che anche le alluvioni si verifichino più frequentemente in tutto il mondo”, ammonisce Westra.

I più forti aumenti si sono verificati nei paesi tropicali, anche se un certo livello di incremento sembra essere in atto un po’ovunque, stando alla maggior parte delle misurazioni delle stazioni meteorologiche.

Westra ha concluso: ”La maggior parte di questi paesi tropicali sono molto poveri e non sono quindi nelle migliori condizioni per sopportare i rischi di inondazioni che li esporrebbero ad una devastazione ancor più grande”.

E’ da tempo che si parla di connessione tra eventi meteorologici estremi e riscaldamento globale. I modelli climatici hanno previsto già da un po’ questa relazione, ma i meccanismi di azione non sono comunque ancora ben chiari.

Nel 2007, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) aveva portato la comunità scientifica a concordare sull’aumento delle temperature collegate ai cambiamenti climatici, ma sulle conseguenze di carattere meteorologico non vi erano ancora studi a sufficienza per arrivare ad una “verità scientifica”.

Nel 2008 erano state verificate con simulazioni alcune correlazioni tra i due fenomeni in uno studio dell’Università di Miami e dell’Università di Reading, Regno Unito.

tempoBrian J. Soden, professore associato di Scienze marine e atmosferiche dell’Università di Miami aveva affermato: “Un’atmosfera più calda contiene una maggiore percentuale di umidità, che a sua volta determina più piogge torrenziali”.

Una ricerca dell’agosto 2012 del Prof. Colin Price, del Dipartimento di Geofisica  e Scienze Atmosferiche e Planetarie dell’Università di Tel Aviv, ribadiva il collegamento dell’aumento delle temperatura medie terrestri con l’aumento dei fenomeni atmosferici estremi (intensità delle piogge e “bombe d’acqua”) e con le conseguenti alluvioni.

“Un aumento della temperatura porta ad una maggiore evaporazione delle masse d’acqua oceaniche” – confermava Price “e quindi ad una successione di rovesci più intensi (temporali, uragani e trombe d’aria)”.

Lo studio israeliano aveva stimato che l’aumento dell’intensità fosse dieci volte più elevato per ogni grado di incremento della temperatura dell’aria.

Ad una analoga conclusione si era giunti quasi contemporaneamente in uno studio del MIT (Massachusetts Institute of Technology), i cui risultati erano stati pubblicati su Nature Geoscience del mese di settembre 2012: a mezzo simulazioni di laboratorio, era stato osservato che nelle regioni tropicali per ogni grado centigrado di incremento della temperatura si aveva un 10%  in più di precipitazioni estreme.

O’Gorman,  professore di Scienze dell’Atmosfera del MIT, che aveva condotto la ricerca e pubblicato le conclusioni, affermava che era stato più facile riprodurre le simulazioni riguardanti le precipitazioni estreme delle regioni comprese tra i 30° latitudine Nord e i 30° latitudine Sud, desumendole dai dati satellitari degli ultimi 20 anni e confrontandoli con 18 modelli climatici diversi, specificando che, paragonate alle altre regioni della Terra, le precipitazioni alle regioni tropicali erano più sensibili ai cambiamenti climatici, dal momento che intervenivano altri fattori – come El Nino, tanto per fare un esempio – i cui effetti erano diversi da un anno all’altro.

Dovremo aspettarci quindi per il futuro una Terra sempre più calda ed una progressiva intensificazione di precipitazioni con carattere di diluvio?

Non tutti gli scienziati del clima concordano su queste estreme semplificazioni. In primo luogo, il clima è un sistema aperto, alla cui dinamica concorrono troppi fattori, le cui variabili sono di difficile prevedibilità. La presenza della grande massa d’acqua degli oceani, le turbolenze della troposfera, la radiazione solare giocano ruoli spesso antagonisti e non sempre con le stesse modalità evolutive.

In secondo luogo, altri studi sottolineano come, nel passato, questa complessità non abbia avuto riscontri analoghi agli eventi di oggigiorno. In uno studio congiunto sui diversi ruoli giocati nell’attuale riscaldamento globale dalla radiazione solare e dai gas serra, eseguito dai ricercatori Jian Liu (Accademia Cinese delle Scienze) e Bin Wang (Università delle Hawaii) e pubblicato da Nature alla fine del gennaio scorso, si affermava che durante il “periodo caldo medievale” non si era verificato un aumento delle precipitazioni come sta accadendo ora, sebbene le temperature fossero salite ben più delle attuali.

Probabilmente, un fattore da prendere in considerazione e non  sottovalutare è da ricercarsi nell’impatto antropico, con la rivoluzione industriale e la produzione dei famigerati gas serra, che ha sicuramente fatto la sostanziale differenza.

Leonardo Debbia
6 febbraio 2013

 

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Aggiunto in: Ambiente, Ambiente & Natura

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