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L’evoluzione umana fu causata dai cambiamenti climatici?

Come avviene l’evoluzione? Qual è stata la spinta che ha agito nel processo evolutivo di tutti gli esseri viventi, animali e piante e, più specificamente, dell’Uomo? La domanda è facile da formularsi; anzi, sorge spontanea, tant’è che se la posero anche i “padri fondatori” delle varie teorie evoluzioniste, da Lamarck a Darwin, molto prima degli attuali studiosi. La risposta non è semplice da dare e a tutt’oggi la comunità scientifica appare divisa.

Per Darwin la risposta fu: “La selezione naturale”. Secondo lui, la lotta per la sopravvivenza faceva sì che individui più forti degli altri sopravvivessero a scapito dei meno adatti alla competizione, per cui l’animale con zampe più lunghe sfuggiva ai predatori più facilmente e quello con pelliccia più folta sopravviveva ai climi più rigidi. Attraverso la trasmissione dei caratteri più favorevoli, di generazione in generazione, si producevano così individui sempre più adatti, finchè una specie acquisiva, rispetto agli individui di provenienza, differenze significative tali da potersi definire una nuova specie.  Questa teoria fu formulata nel 1838, circa duecento anni fa, e in tutti questi anni non le sono certo mancate critiche, variazioni, aggiornamenti, smentite, arricchimenti. Ancora oggi, però, resta un pilastro del pensiero evoluzionista.

Con le scoperte di Mendel, negli anni ’20 del XX secolo, nacque il neodarwinismo, che spiegava come, in un organismo, la maggior parte dei caratteri è governata da dozzine di geni ognuno dei quali produce piccoli effetti che, sommati, possono portare ad una variazione importante dell’organismo originario. Con l’avanzare degli studi sul DNA, specie ad opera di James Watson e Francis Crick, negli anni ’50 si riuscì a capire la trasmissibilità dei caratteri. Se due specie evolvono da un antenato comune, il loro DNA cambia lentamente, accentuando le differenze. Il discorso sulla evoluzione umana si inserisce quindi in un contesto più grande, che comprende tutti gli esseri viventi, animali e piante.

Oggi, la teoria più accreditata è quella che ritiene l’umanità attuale essersi evoluta da un progenitore comune allo scimpanzé verso i 5-6 milioni di anni fa. Circa 2,3-2,4 milioni di anni fa dall’Australopithecus si sarebbe differenziato il genere Homo che con la specie erectus, si sarebbe diffuso dall’Africa negli altri continenti, dando vita a varie nuove specie locali. Come si evince dai numerosi resti fossili, è ormai accettata da tutti l’ipotesi che l’umanità attuale abbia avuto la sua culla in Africa, sia che i primi Sapiens si siano evoluti in quel continente e poi emigrati sostituendo Homo erectus in Asia e Homo neanderthalensis in Europa (teoria africana), sia che discendano da popolazioni di Homo erectus emigrati dall’Africa ed evolutisi poi separatamente in luoghi diversi (teoria alternativa multiregionale).

Senza entrare nel merito della disputa sulle differenti ipotesi, resta il fatto che di migrazioni si debba comunque parlare. E allora è lecito chiedersi quale spinta o quali insiemi di spinte abbiano prodotto queste migrazioni di massa. Bisogno di continue fonti di alimentazione e quindi spostamenti in cerca di prede da cacciare? Necessità di occupare nuovi spazi, magari in competizione con altri gruppi umani? Ricerca di terre più ospitali in conseguenza a sopraggiunti cambiamenti climatici? Questi interrogativi sono tutti legittimi e probabilmente la risposta potrebbe essere individuata non tanto in un’unica causa, quanto piuttosto nel concorso di più cause. Indubbiamente l’approvvigionamento di cibo deve aver avuto un ruolo determinante. Se si pensa che l’alimentazione è fondamentale per la sopravvivenza, non si può trascurare la rilevanza di questo fattore. Secondo un articolo pubblicato su Science, i modelli con cui viene spiegata la distribuzione di animali e piante sotto l’influenza dei cambiamenti climatici possono anche spiegare gli aspetti dell’evoluzione umana. L’approccio richiede la conoscenza delle modalità di diffusione geografica delle specie animali provocate dall’alternanza di periodi caldi e freddi durante le ere glaciali perchè si possa avere un modello applicabile anche alle origini dell’uomo.

“Nessuno, prima d’ora, ha applicato questa conoscenza agli esseri umani” – ha dichiarato John Steward, autore principale dello studio e ricercatore della Bournemouth University del Regno Unito – “Abbiamo cercato di spiegare molto di quel che sappiamo sugli esseri umani, tra cui l’evoluzione e l’estinzione del Neanderthal e dei Denisovans (il gruppo umano scoperto di recente in Siberia), nonchè il modo in cui si ibridarono con le prime popolazioni moderne che avevano lasciato l’Africa. Tutti questi fenomeni sono stati esaminati nel contesto delle reazioni di animali e piante durante i cambiamenti climatici. Stiamo considerando gli esseri umani sotto lo stesso punto di vista delle altre specie”. “Si ritiene – prosegue lo studioso – che il clima sia stato la forza trainante di questi processi evolutivi, compresi i cambiamenti di natura geografica. Il clima può determinare dove e quando una specie possa trovarsi, condizionandone così la diffusione e la distribuzione. La ricerca porta anche a conclusioni interessanti sul come e il perché i Neanderthal e i Denisovans si siano evoluti ma anche estinti per primi”.

Giova ricordare che con il termine Denisovans si indica un giovane ominide i cui resti sono stati rinvenuti nel 2008 nella Cava Denisova, sui Monti Altai in Siberia da un team guidato da Johannes Krause e Svante Paabo del Max Planck Institut di antropologia evolutiva di Leipzig, in Germania, i cui artefatti sono stati datati sui 40mila anni fa. Denisovans, Neanderthal e Sapiens convissero quindi nello stesso periodo e nello stesso ambiente. Le prime due specie si estinsero, mentre i Sapiens continuarono nella loro evoluzione. Probabilmente per le prime due specie ci fu una sorta di eccessiva specializzazione all’interno di gruppi sempre più piccoli, in sintonia con la ricerca di un riparo dalle condizioni climatiche.

“Il modello relativo al clima – continua Stewart – spiega perché l’Homo sapiens in quanto specie possa essere qui e gli uomini primitivi no. Uno dei modelli che abbiamo formulato è che l’adozione di una nuova area di “rifugio” dalle dure condizioni climatiche dell’Era glaciale da parte di un sottogruppo di una specie può portare a grandi cambiamenti evolutivi interni e, in ultima analisi, alla nascita di una nuova specie. E questo potrebbe applicarsi a tutte le specie continentali viventi, siano animali o piante”. Il co-autore dello studio, professor Chris Stinger del Museo di Storia Naturale di Londra, aggiunge: “I modelli climatici possono spiegare come specie quali Homo antecessor e Homo neanderthalensis abbiano potuto evolversi in Eurasia. Il concetto di “rifugio” può anche spiegare perché l’ipotizzata ibridazione tra Neanderthal e Denisovans sia potuta avvenire nella parte meridionale dell’Eurasia, in luoghi con clima più mite, piuttosto che nel gelido Nord”.

Leonardo Debbia


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