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In arrivo le sementi open source

Sta per partire una campagna [1] portata avanti da un gruppo di scienziati e attivisti alimentari mirata a cambiare le regole che attualmente governano le sementi.

Stanno per essere rilasciate 29 nuove varietà di culture in “Open Source”, per salvaguardare la libertà di condivisione da parte dei coltivatori e degli agricoltori.

vegetable-seeds (1)

L’ispirazione viene dal software Open Source, liberamente disponibile per chiunque lo voglia utilizzare, ma non legalmente convertibile in un prodotto di proprietà.

Ad un evento al campus della Università del Wisconsin, a Madison, i sostenitori di questa iniziativa rilasceranno 29 nuove varietà di 14 diverse colture, incluse carote, cavoli, broccoli e quinoa.

Chiunque riceva queste sementi ha l’obbligo di impegnarsi a non limitarne l’uso e la distribuzione per mezzo di brevetti, licenze o qualsiasi tipo di proprietà intellettuale. Infatti, tutte le future piante che cresceranno da queste sementi open source dovranno rimanere anch’esse liberamente disponibili.

Irwin Goldman [2], coltivatore dell’Università di Wisconsin a Madison, ha contribuito a organizzare questa campagna, che è un tentativo di ripristinare la pratica di condivisione aperta che era la regola tra i coltivatori quando intraprese la professione  oltre 20 anni fa.

“Se altri agricoltori ci chiedessero il nostro materiale, manderemmo loro un pacchetto di semi, e loro farebbero lo stesso per noi,” dice. “Questo era un modo meraviglioso di lavorare, che però non si usa più.”

Oggi i semi sono una proprietà intellettuale. Alcuni sono brevettati come invenzioni. Per usarli è necessario un permesso dal detentore del brevetto ed è vietato raccogliere i semi per poi reimpiantarli l’anno successivo.

Perfino i coltivatori universitari operano a queste regole. Quando Goldwin crea una nuova varietà di cipolle, carote o di barbabietole, un reparto di trasferimento tecnologico universitario applica una licenza per le aziende sementiere.

Questo porta del denaro che aiuta a pagare il lavoro di Golman, ma a lui non piacciono le conseguenze che si hanno nel limitare l’accesso ai geni delle piante, che egli chiama germplasma.

Se non condividiamo e ci scambiamo liberamente il germplasma, allora limiteremo la nostra abilità nel migliorare il raccolto.”, dice.

Anche il sociologo Jack Kloppenburg [3], della stessa Università, ha condotto una campagna contro i brevetti sulle semenze, per 30 anni. Le sue ragioni vanno oltre quelle di Goldman.

Dice che aver trasformato i semi in proprietà privata ha contribuito all’ascesa delle grandi multinazionali delle sementi che a loro volta promuovono aziende specializzate sempre più grandi. “Il problema è la concentrazione e l’insieme ristretto di usi in cui viene usata questa tecnologia e queste coltivazioni”, dice.

Kloppenburg spiega che un obiettivo importante di questa iniziativa è semplicemente quello di far pensare le persone a come i semi vengono controllati. “C’è da aprire la mente alle gente,” dice. “E’ una specie di meme biologico, si dovrebbe dire: “Semi Liberi! Che i semi possano essere usati da chiunque!”

L’impatto pratico sugli agricoltori dell’iniziativa di semi open source potrebbe essere, però, limitato. Anche se chiunque può utilizzare tali sementi, la maggior parte delle persone probabilmente non sarà in grado di reperirli.

Le aziende che dominano nel commercio di sementi continueranno a vendere i loro ibridi e le loro varietà proprietarie: ci si fa più soldi con quei tipi di sementi.

Molti semi di verdure commerciali sono ibridi, ossia dotati di una specie di blocco di sicurezza; se si ripianta un seme di un ibrido non si otterà esattamente la stessa pianta. (e per questo motivo molte aziende non si preoccupano di brevettare i propri ibridi).

John Shoenecker, direttore della proprietà intellettuale dell’azienda di sementi HM Clause, e presidente entrante della American Seed Trade Association, dice che la sua azienda potrà evitare di usare semi Open Source per coltivare nuove varietà commerciali “perché hanno un limitato potenziale per recuperare l’investimento iniziale.”

Questo è perché le piante germogliate da semi open source dovranno essere anch’esse condivise alla stessa maniera, e ogni altra azienda di semenze potrebbe immediatamente vendere la stessa varietà.

L’iniziativa ha probabilmente un importanza maggiore per i coltivatori, specialmente nelle università. Goldman afferma di aspettarsi che molti coltivatori universitari si uniscano a questo sforzo open source.

Nel frattempo due piccole aziende sementiera la High Mowing Organic Seeds [4] in Hardwick, Vt., e la Wild Garden Seed [5] in Philomath, Ore., specializzati alla vendita di prodotti biologici, stanno aggiungendo alcuni semi open source al loro catalogo di quest’anno.

[1] http://www.news.wisc.edu/22748
[2] http://www.nutrisci.wisc.edu/facultypages/f_goldman.html
[3] http://www.drs.wisc.edu/faculty/kloppenburg/index.php
[4] http://www.highmowingseeds.com/
[5] http://www.wildgardenseed.com/

Daniel Iversen
23 aprile 2014


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