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Global warming: l’ingegneria glaciale potrebbe limitare l’innalzamento marino

L’escalation del riscaldamento globale è ormai un fenomeno riconosciuto da tutto il mondo scientifico.

L’aumendo dello scioglimento dei ghiacciai artici durante la scorsa stagione estiva è stato riconfermato nei giorni scorsi dalle ossservazioni satellitari che hanno misurato una estensione minima del ghiaccio artico di 4,59 milioni di chilometri quadrati e verificato la tendenza alla riduzione media della superficie ghiacciata, pari a 54000 chilometri quadrati all’anno: cifre che anche se non raggiungono i tassi del 2012, sono pur sempre un fattore che fa pensare.

Ora, gli esperti dell’ambiente, fisici, climatologi e scienziati dell’ambiente in genere, ipotizzano scenari a dir poco inquietanti. E’ da considerare, però, che questi scienziati sono ottimi teorici ed elaborano teorie sulla base dei dati di cui dispongono.

Sul piano pratico, oltre a raccomandare una limitazione delle emissioni di gas serra, la parola – o meglio, il modo di porre rimedio – spetterebbe a politici e governanti; ma su questo fronte ci si muove poco e male. Tra assemblee, conferenze e simposi, gli accordi sono sempre rimandati a nuove date.

Ma il riscaldamento globale non attende; procede, inesorabile.

Ecco allora entrare in scena la categoria dei ‘praticoni’, vale a dire degli ingegneri, che sul campo sanno come muoversi, eccome!

La geoingegneria glaciale è difatti divenuta oggi una nuova branchia dell’ingegneria che si prefigge di affrontare il problema con soluzioni d’ordine pratico, andando alla radice o, come si suol dire a “prendere il toro per le corna”.

Secondo due ricercatori americani, Michael Wolovick e John Moore, i progetti di ingegneria civile già esistenti sulle modalità con cui fronteggiare lo scioglimento dei ghiacciai globali, avrebbero solo il 30 per cento di probabiltà di successo, mentre un progetto più ristretto avrebbe forse migliori possibilità di trattenere il collassamento dei ghiacciai.

“Fare geoingegneria significa spesso considerare l’impensabile”, afferma Moore, ricercatore della Bejin Normal University, in Cina, e docente di cambiamenti climatici all’Università della Lapponia, in Finlandia, che ha studiato un piano d’intervento con Wolovick, ricercatore della Princeton University, negli Stati Uniti.

I due hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista The Cryospher.

Invece di provare a cambiare l’intero clima – dichiarano i due scienziati – si potrebbe ricorrere ad un approccio più mirato per limitare almeno una delle conseguenze più drastiche dei cambiamenti climatici, ossia l’innalzamento del livello dei mari.

Usando tecniche ingegneristiche, si potrebbero apportare modifiche alla geometria del fondo marino nelle vicinanze dei ghiacciai che sfociano nell’oceno. Come? Costruendo una piattaforma

di ghiaccio per impedire che i ghiacciai si sciolgano ulteriornente.

Alcuni ghiacciai, come il ghiacciaio Thwaites nell’Antartide occidentale, si stanno ritirando rapidamente.

“Il Thwaites, con i suoi 80-100 chilometri di larghezza, è uno dei ghiacciai più ampi del mondo ed anche uno dei più ‘veloci’, se si pensa che raggiunge il mare di Amundsen alla velocità di due chilometri all’anno. Una sua fusione completa potrebbe innescare una fusione della calotta glaciale che farebbe aumentare di circa 3 metri il livello dei mari dell’intero pianeta”, sostiene Wolovick.

Ovviamente un evento del genere avrebbe effetti drammatici su milioni di persone che vivono sulle aree costiere del mondo intero.

Invece, limitare gli effetti di un innalzamento di livello marino attraverso la protezione costiera intervenendo alla fonte, potrebbe rivelarsi un’ottima applicazione di ingegneria glaciale.

Sono stati così esaminati due progetti.

Il primo prevede la costruzione di una diga subacquea per bloccare o limitare moltissimo l’afflusso di acque calde che raggiungono la base del ghiacciaio.

Un altro progetto, più semplice, consiste nella costruzione di cumuli artificiali o colonne sul fondale marino, che non bloccherebbero l’acqua temperata, ma potrebbero sostenere il ghiacciaio, aiutandolo anche a riformarsi.

“In entrambi i casi, si realizzarebbero strutture molto semplici, servendosi di cumuli di sabbia o ghiaia sul fondo dell’oceano”, afferma Wolovick.

Il team ha eseguito alcune modellazioni, con cui sono stati simulati questi interventi sul ghiacciaio Thwaites in una fase di riscaldamento.

“Se la geoingegneria glaciale dovesse funzionare qui, ci aspettiamo che funzioni anche su ghiacciai meno impegnativi”, scrivono su Cryosphere gli autori dello studio.

E’ stato osservato che il primo intervento potrebbe rallentare il tasso di innalzamento del livello marino ed ha una probabilità del 30 per cento di prevenire un crollo della calotta antartica occidentale. In pratica andrebbero costruiti cumuli o colonne di 300 metri di altezza sul fondale marino, utilizzando tra 0,1 e 1,5 chilometri cubi di materiali aggregati naturali (o inerti), a seconda della resistenza del materiale necessario. Servirebbe una quantità di materiale pari a quella impiegata per costruire il Canale di Suez, lungo un chilometro, o utilizzato nelle Palm Islands, le isole artificiali di Dubai (0,3 chilometri cubi).

Un progetto più sofisticato, che andasse oltre tutto ciò che è stato tentato finora, avrebbe maggiori probabilità di successo nell’evitare lo scioglimento del ghiacciaio entro i prossimi mille anni, così come migliori probabilità di riguadagnare parte della massa di ghiaccio.

Un piccolo muro sottomarino che impedisse al 50 per cento delle acque temperate di raggiungere la base della calotta di ghiaccio avrebbe il 70 per cento di probabilità di successo, mentre muri più grandi sarebbero ancora più adatti a ritardare o addirittura bloccare il collasso dei ghiacci.

Nonostante i risultati delle simulazioni siano interessanti, tuttavia gli scienziati non ritengono di poter realizzare in tempo questi progetti ambiziosi.

Si deve considerare che anche il più modesto di questi interventi interessa uno degli ambienti più difficili della Terra. E i dettagli tecnici dovrebbero essere ulteriormente elaborati.

Il team voleva verificare se la geoingegneria avrebbe potuto essere d’ aiuto e i dati ottenuti sono confortanti.

La fisica del ghiaccio mostra che la geoingegneria glaciale potrebbe funzionare per bloccare il collasso dei ghiacciai, ma per Wolovick e Moore la riduzione delle emissioni globali rimane la priorità, nella lotta ai cambiamenti climatici.

“Ci saranno segmenti dell’industria che cercheranno di utilizzare la nostra ricerca per argomentare contro la necessità di riduzione delle emissioni. La nostra ricerca non supporta questa interpretazione”, dicono.

L’ingegneria glaciale limiterebbe solo l’innalzamento dei mari, mentre la riduzione delle emissioni contrasta anche l’acidificazione degli oceani, le inondazioni, la siccità e le ondate di calore.

Dopotutto, le strutture subacquee si limiterebbero a proteggere il fondo delle calotte ma non impedirebbero che l’aria calda alimentasse la parte alta del ghiacciaio.

Leonardo Debbia

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