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Geoingegneria contro lo scioglimento delle calotte polari

Sembra inevitabile. Il riscaldamento globale scioglierà le calotte glaciali e i mari aumenteranno di livello. Le città costiere saranno sommerse e andranno distrutte e il mondo non sarà più come lo conosciamo ora.

Questo è lo scenario apocalittico che viene spesso paventato dagli scienziati del clima e di fronte al quale restiamo impotenti e rassegnati.

Approcci mirati per impedire o ritardare la fusione dei ghiacciai, impedendo l’innalzamento di livello dei mari, effetto del riscaldamento globale. In viola, punti di massima vulnerabilità dei ghiacciai, quando lasciano la terra e iniziano a galleggiare sull’oceano. In rosso, l’acqua più calda viene fermata da una barriera artificiale sottomarina (crediti: Michael Wolovick, Princeton University).

“O si riducono le immissioni di gas serra o finiremo in …un mare di guai!”.

Ma tra gli scienziati, c’è qualcuno che non ci sta!

Sulla rivista Nature di metà marzo, Michael Wolovick, un ricercatore di Scienze atmosferiche e oceaniche all’Università di Princeton rilancia la sfida, proponendo un rimedio.

“Gli interventi di geoingegneria possono essere mirati contro le conseguenze negative dei cambiamenti climatici”, esordisce Wolovick.

Le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide la farebbero da protagoniste nel riversare le loro enormi quantità d’acqua negli oceani terrestri, quindi l’ideale sarebbe poter arrestare i loro  flussi più veloci di ghiaccio. Ma per far questo ci vorrebbero alcuni secoli!

E non c’è tutto questo tempo a disposizione.

“Ci sarà un innalzamento di livello del mare nel 21° secolo, ma la maggior parte dei modelli afferma che le calotte polari  non cominceranno  a collassare sul serio fino al 22° o 23° secolo”, afferma Wolovick. “Dovremmo quindi fare progetti a lungo termine”.

Stanti le estese quantità di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartide, i ghiacciai potrebbero essere rallentati ricorrendo alla geoingegneria, in tre modi: 1) impedire alle acque calde oceaniche di raggiungere le basi dei ghiacciai e rallentarne così lo scioglimento; 2) si potrebbero sostenere le calotte di ghiaccio al loro ingresso in mare, allorchè iniziano a galleggiare, costruendo isole artificiali; 3) si potrebbe asciugare i letti dei ghiacciai, drenando o congelando il sottile strato di acqua su cui questi scivolano.

I costi e le scale ingegneristiche di questi progetti sono paragonabili ai grandi progetti di ingegeneia civile di oggi, ma con sfide aggiuntive dovute all’ambiente polare, remoto e rigido.

Gli ingegneri hanno già costruito isole artificiali e drenato acqua da sotto un ghiacciaio in Norvegia per alimentare una centrale idroelettrica.

Alzare una banchina di fronte al ghiacciaio che scorre più velocemente in Groenlandia e costruire un muro sottomarino lungo 3 miglia e alto 350 piedi nellle acque artiche sarebbe una sfida non impossibile.

Un simile progetto potrebbe costare miliardi di dollari, ma gli scienziati osservano che senza la protezione delle coste, il costo globale dei danni potrebbe raggiungere i 50 trilioni di dollari all’anno. In assenza di contromisure geoingegneristiche, le mura marittime e le difese contro le inondazioni, necessarie per prevenire danni, costerebbero decine di miliardi di dollari l’anno.

Ovviamente, si curerebbe poi un sintomo e non la causa.

“La geoingegneria glaciale non è un sostituto per le riduzioni delle emissioni”, sostiene Wolovick.

I suoi approcci potrebbero prevenire una delle maggiori cause di innalzamento globale del livello del mare, ma non mitigherebbero il riscaldamento globale dei gas serra”.

Il destino delle calotte di ghiaccio dipende esclusivamente dalla velocità con cui si abbatteranno le emissioni di combustibili fossili.

“La geoingegneria glaciale non salverà le calotte di ghiaccio se il clima continuerà a riscaldarsi”, ribadisce Wolovick. “Sul lungo termine la geoingegneria glaciale può avere due obiettivi: potrebbe essere una soluzione di ripiego per preservare le calotte finchè il clima non torni a raffreddarsi o potrebbe gestire il collassamento delle strutture, rallentando il più possibile la fusione del ghiaccio”.

Wolovick non ama gli atteggiamenti disfattisti e catastrofici.”Il cambiamento climatico non è un’apocalisse inevitabile, ma un insieme di problemi risolvibili”, sostiene. “Si tratta di una sfida che la nostra specie può e deve superare”.

Leonardo Debbia

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Aggiunto in: Geologia

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