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Scienziati e grandi aziende discutono sul ruolo dell’agricoltura

La Columbia University di New York City ha ospitato, pochi giorni fa, un incontro tra accademici e potenziali finanziatori per discutere della creazione di una rete di monitoraggio agricolo a livello globale. Il convengo è stato sponsorizzato dal Conservation International, l’Earth Institute e il Bill and Melinda Gates Fondation.

L’agricoltura è nata come metodo per produrre cibo, e nei millenni ha conservato il suo primato in tale pratica. Nel mondo moderno, purtroppo, i problemi legati all’agricoltura sono molteplici. Le trasformazioni che ha apportato al volto del pianeta sono evidenti, tra le quali un influenza massiccia sui cicli biogeochimici, ma anche la continua agricolturapressione demografica che ne mette sempre più alla prova le prestazioni. Jeffrey Sachs, direttore dell’ Earth Institute, ha spiegato ai partecipanti all’incontro che gli scienziati non sono in possesso di dati sufficienti per esplorare tali dinamiche.  “Noi vogliamo conoscere gli ecosistemi e la gente che vi vive” – spiega Sachs, avvertendo i colleghi di non contare sui finanziamenti dei rispettivi governi.

Presenti all’incontro, oltre a numerosi uomini di scienza, anche rappresentanti di grandi aziende (spicca la PepsiCo) e varie organizzazioni filantropiche, i quali hanno discusso sulle strategie per attuare tale network ponendo come priorità il rispetto delle caratteristiche ecologiche e socioeconomiche delle aree agricole.

Sandy Anderlman, un ecologa del Conservation International di Arlington, in Virginia, ha illustrato un suo progetto iniziato due anni fa nella Tanzania meridionale. Tale progetto metteva in relazione dati riguardanti il suolo, i nutrienti e la copertura del terreno con le normali pratiche agricole; oltre ad analizzare anche il reddito, la salute e l’istruzione dei cittadini, di cui deve farsi carico lo Stato. Secondo Andelman, i primi risultati di tale progetto hanno già indotto il Governo della Tanzania a regolare la distribuzione dei terreni agricoli. L’ecologa sostiene che un sistema simile potrebbe essere istituito per iniziare il monitoraggio in Africa, Asia e Sud America al costo di circa 12 milioni di dollari l’anno. “Questo è un affare incredibile” – dichiara. “Siamo ad un punto in cui dobbiamo smettere di parlare e iniziare a lavorare insieme”. Le organizzazione filantropiche si sono dichiarate complessivamente soddisfatte, alcune hanno addirittura avanzato proposte di realizzazione di altri siti di monitoraggio in Africa, proponendo il Rwanda, e in Sud America.

L’appoggio delle grandi aziende alimentari è stato un punto cardine del dibattito. Gli imprenditori potrebbero finanziare le ricerche, oppure mettere a disposizione della rete di monitoraggio dati precedentemente raccolti. Robert ter Kuile, esperto di sviluppo sostenibile presso la PepsiCo con sede a Purchase, sostiene il ruolo del network nel fornire ed elaborare informazioni per le industrie. “PepsiCo è sempre alla ricerca di dati per valutare le scorte di grano, patate, arance e avena” – spiega – “incluso ciò che riguarda le risorse idriche, le condizioni del suolo, il reddito e l’uso di prodotti chimici”.

Il disaccordo pare essere emerso riguardo ai tempi da impiegare e che ci si deve aspettare da tale progetto. Alcuni membri del meeting sostenevano l’impossibilità di realizzare una sistema i monitoraggio e ricerca globale in tempi brevi. “Non è realistico – spiega Prabhu Pingali, vice direttore della fondazione per lo sviluppo agricolo, la Gate Foundation – aspettarsi di riuscire a creare un sistema mondiale nei prossimi mesi o nei prossimi anni”. Nonostante ciò qualcuno ha evidenziato la necessità di tale progetto. Il dott.Sachs era chiaro e agguerrito nei riguardi della tempistica, spiegando come siti di ricerca già esistenti possono essere incorporati in una rete più grande, controllata da scienziati e finanziatori. Un progetto simile è in grado di attrarre molti finanziamenti, come ha spiegato anche  ter Kuile, ed è quindi obbligatorio fare in modo che li ottenga. Tali risorse economiche, secondo Sachs, sarebbero in grado di rendere operativi 500 siti di monitoraggio nell’arco di due o tre anni. “Noi abbiamo bisogno di realizzare e far partire questo sistema” dice, sottolineando ulteriormente la necessità impellente di tale sistema. “Io non voglio passare dieci anni su questo progetto”.

Stefano Erbaggio


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Aggiunto in: Ambiente & Natura, Ecologia

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