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Canale di Panama e riforestazione: in competizione acqua, carbonio e legno

Il canale di Panama è un canale artificiale che collega l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico. Progettato nella seconda metà dell’Ottocento e realizzato agli inizi del secolo scorso, permette al traffico marittimo di passare da un oceano all’altro senza essere costretti a circumnavigare l’America meridionale, riducendo quindi distanze e tempi di percorrenza.

Ha una profondità massima di 12 metri e una larghezza variabile dai 240-300 metri del lago di Gatùn ai 90-150 metri del taglio della Culebra, sul versante del Pacifico. Il passaggio delle navi avviene attraverso un ingegnoso sistema di chiuse con 6 conche, che permettono di superare il dislivello di 28 metri tra i due oceani in 4-5 ore.

Ogni anno più di tredicimila navi, per un totale medio di oltre 284 milioni di tonnellate di carico, transitano attraverso il canale di Panama, facendo affluire, con gli introiti del pedaggio, qualcosa come 1,8 miliardi di dollari nelle casse dell’Autorità del Canale di Panama, l’Ente che gestisce questa importante via d’acqua, fondamentale per l’economia globale.

Ogni volta che una nave attraversa le chiuse, vengono usati più di 55mila galloni d’acqua

del Gatùn Lake che, oltre a questo “servizio”, rifornisce d’acqua i due milioni di persone che vivono nella zona dell’istmo.

Uno studio degli scienziati dell’Università dell’Arizona esamina i regimi di riforestazione necessaria per sostenere l’aumentato bisogno d’acqua richiesto dall’espansione del Canale di Panama. In figura, è riprodotta l’area interessata. (fonte: Science Daily).

Al momento il canale ha due corsie, ma l’avvento di navi da carico sempre più grandi, che corrispondono a più del 20 per cento delle attuali navi da trasporto, ha richiesto un ampliamento dell’intero sistema di transito.

Il progetto di espansione del canale di Panama, presentato nel 2006, è così iniziato nel 2007 e dovrebbe essere completato entro il 2015 con una terza corsia e una nuova serie di chiuse, parallele a quelle esistenti. Ultimati i lavori, si prevede di poter utilizzare, in totale, tre linee di traffico ed entro il 2025 di raddoppiare addirittura la capacità di transito .

L’Autorità del Canale di Panama  mantiene la facoltà di considerare il modo migliore per fronteggiare il necessario aumento della domanda d’acqua.

Naturalmente, l’espansione del canale ha necessitato di uno spazio che è stato inevitabilmente sottratto al territorio e, in particolare, all’area forestale che attualmente copre la regione.

Le foreste – è risaputo – hanno una rilevanza enorme: mantengono aria e acqua pulite, controllano l’erosione del suolo e assorbono carbonio, hanno habitat particolari per il rifugio e la salvaguardia di molte specie animali e possono ospitare erbe utilizzabili nella farmacopea.

Il problema più urgente da realizzare, subito dopo l’ampliamento del canale, è quindi la ricostruzione della foresta andata distrutta, la riforestazione del bacino idrografico.

Il progetto “Agua Salud” realizzato per il bacino di Panama dalla collaborazione intercorsa tra Smithsonian Tropical Research Institute, Autorità del Canale di Panama e altri partners, è un esperimento per capire e quantificare i servizi ecologici, sociali ed economici derivanti dalla presenza delle foreste tropicali in quell’area. Tra questi, rivestono particolare importanza: l’acqua per le popolazioni dell’area del bacino, lo stoccaggio del carbonio in funzione del riscaldamento globale e la tutela della biodiversità in quello che è un punto chiave tra Nord e Sud America.

Per far comprendere meglio a studiosi e politici la necessità di ricostruire la foresta, gli scienziati della Arizona State University (ASU) Silvio Simonit e Charles Perrings, hanno posto in evidenza tutta una serie di servizi e benefici che, messi in relazione tra loro, mostrano le ricadute sull’ecosistema derivanti dalla presenza di un territorio “riforestato”: i flussi d’acqua nella stagione secca, la cattura del carbonio atmosferico, la produzione di legname e quella di bestiame.

Area in cui il progetto di ampliamento del Canale prevede di sistemare la terza serie di chiuse. In rosso è evidenziato il percorso della nuova via d’acqua (fonte: Wikipedia).

Area in cui il progetto di ampliamento del Canale prevede di sistemare la terza serie di chiuse.
In rosso è evidenziato il percorso della nuova via d’acqua (fonte: Wikipedia).

Simonit è un membro del gruppo di ASU Ecoservice e lo studio è stato co-diretto con Perrings nell’ambito della collaborazione tra ASU e Smithsonian Tropical Research Institute (STRI).

Pubblicato negli Atti della National Academy of Sciences (PNAS), il loro studio, intitolato “Collegamento tra i servizi ecosistemici nel canale del bacino idrografico di Panama” ha tenuto conto di precipitazioni, topografia, vegetazione e caratteristiche del terreno.

“Lo spartiacque del canale di Panama è in fase di rimboschimento per garantire i flussi d’acqua della stagione secca necessari per le operazioni del Canale” ha dichiarato Simonit. “Noi riteniamo che il rimboschimento non aumenterà forse la fornitura d’acqua, ma incrementerà di certo la cattura del carbonio e la produzione di legname. La nostra ricerca fornisce una visione d’insieme su vantaggi e svantaggi, sulla distribuzione dei costi unitamente ai vantaggi che possono derivare dai servizi che ne conseguiranno”.

Simonit e Perrings hanno rilevato che soltanto il 37 per cento della superficie boschiva ha un impatto positivo sui flussi idrici nella stagione secca, corrispondenti a circa 37,2 milioni di metri cubi di flusso d’acqua stagionale, traducibili in 16,37 milioni di dollari USA di entrate per l’Autorità del Canale.

I due studiosi hanno trovato inoltre che in alcuni punti dello spartiacque, attualmente privi di foresta, il rimboschimento di aree pianeggianti, con alti tassi di precipitazioni e tipi di terreno ad alto potenziale di infiltrazione, permetterà di migliorare i flussi nella stagione secca, pur ammettendo che queste condizioni interessano meno del 5 per cento dell’area.

“La fornitura d’acqua, tuttavia, è solo uno dei tanti servizi resi”, afferma Perrings. “E l’equilibrio tra i servizi dipende anche dal tipo di rimboschimento che verrà deciso”.

Riguardo quest’ultimo punto, i due ricercatori hanno esaminato due possibili soluzioni: la rigenerazione naturale delle foreste e l’estensione di piantagioni di teak.

Per inciso, nel 2011 lo scienziato Jefferson Hall, dello Smithsonian Institute, era favorevole ad una riforestazione con piante non indigene come il teak, l’acacia o il pino, perché il loro legname aveva un alto valore economico.

“Riguardo la prima soluzione, abbiamo scoperto che se tutti i terreni venissero rigenerati dalla foresta naturale, ci sarebbe una riduzione dei flussi nella stagione secca dell’8,4 per cento, contro l’11,1 per cento che deriverebbe dal rimboschimento con piantagioni di teak”, dichiarano i due scienziati.

Un punto a favore delle foreste naturali.

Anche con un maggiore risparmio idrico per le nuove chiuse, il canale avrà comunque bisogno del 14 per cento in più di acqua, quando l’espansione del canale sarà terminata. E d’altronde le altre opzioni per garantire flussi nella stagione secca non sono certo a costo zero.

L’acqua non è, però, l’unico servizio dell’ecosistema da prendere in considerazione.

“In sostanza, va considerato che sia la foresta naturale che le piantagioni di teak offrono altri servizi, quali la cattura del carbonio atmosferico e la costituzione di riserve di legname. E di questo si deve tener conto rispetto a quanto si può perdere riguardo l’acqua”, afferma Perrings.

Secondo il nuovo studio, nella rigenerazione delle foreste naturali le perdite relative all’acqua sarebbero compensate dal valore del carbonio catturato nel 59,6 per cento della superficie rigenerata, ai prezzi correnti del carbonio.

Ma il rimboschimento fatto per mezzo del teak potrebbe portare a guadagni sufficienti a compensare le perdite d’acqua in tutte le aree rigenerate, indipendentemente dal prezzo del carbonio.

E qui le piantagioni di teak sembrano riguadagnare punti, pareggiando lo scontro.

Gli autori non si schierano. Si limitano a proporre soluzioni, non scelte, che saranno di competenza dei politici, ma concludono facendo notare che il loro studio non tiene in considerazione il valore della copertura del suolo, fattore non da poco, che riformerebbe l’habitat naturale a tutto vantaggio della fauna e della flora selvatica.

In ogni caso, i loro risultati, anche se non risolutivi, possono essere d’aiuto negli sforzi che verranno fatti per la riforestazione.

Sapere dove e cosa piantare potrà ridurre l’impatto negativo della foresta durante la stagione secca e giovare anche agli altri servizi essenziali dell’ecosistema.

Leonardo Debbia
3 giugno 2013


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