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Come è cambiata l’agricoltura: l’evoluzione storica del mais

Circa 9.000 anni fa avvenne la prima domesticazione del mais nel Nuovo Mondo; oggi, esso rappresenta il 30% delle colture GM globali.

L’uomo, grazie al processo di domesticazione delle specie selvatiche, nel tempo, ha selezionato artificialmente le caratteristiche fenotipiche di maggiore interesse nutritivo ed agricolo, fino ad ottenere le specie domesticate. Una specie domesticata quindi, sia essa animale sia essa vegetale, presenterà un insieme di caratteri utili che la rendono maggiormente idonea all’allevamento od alla coltivazione. Nel caso delle specie vegetali di interesse agricolo la più evidente caratteristica ad esser stata selezionata riguarda la grandezza degli organi raccolti. Per facilitare la comprensione di questo concetto immaginiamo una popolazione di piante selvatiche che presenta dei frutti commestibili di dimensioni esigue. All’interno di questa singola popolazione vi è però un individuo che, a seguito di una mutazione, presenta gli stessi frutti, ma di dimensioni molto maggiori. Allora il proto-agricoltore prediligerà proprio i suddetti frutti e, dopo essersene nutrito, ne favorirà la dispersione. In poco tempo, da un singolo individuo, nascerà una popolazione di piante con grandi e succosi frutti commestibili. A questo punto, perché non iniziare a coltivarle?

Varietà di mais antico

Un qualcosa di analogo può essere successo anche per il mais (Zea mays L.).

Sono stati condotti numerosi studi allo scopo di ricavare informazioni sull’origine del granturco moderno: inizialmente si credeva che esso derivasse da un processo di domesticazione operato sul teosinte (Euchlena mexicana), ma in tempi recenti, una ricerca condotta dalla Duke University ha messo in evidenza come sia più probabile che invece derivi da un incrocio spontaneo verificatosi tra il teosinte e un’altra specie erbacea, il gamagrass (Tripsacum dactyloides). Quest’ultima ipotesi conferma l’evidente correlazione genetica tra il teosinte e il mais, già messa in risalto da Beadle nel 1939,  il quale scoprì come i 10 cromosomi del teosinte fossero omologhi ai 10 cromosomi del mais. Lo studio

presentato da Eubanks nel 2004, tuttavia,  dimostra come il gamagrass abbia contribuito notevolmente alla formazione del mais moderno.

Qualunque essa sia l’origine del granturco, sappiamo praticamente con certezza, grazie a studi archeobotanici, che è avvenuta 8700 anni fa nella valle del Rio Balsas, una regione del Messico sud-occidentale. Da questa zona, la sua coltivazione, si è poi diffusa in tutto il continente americano. Gli Incas seppero sfruttare enormemente l’eterogeneità degli ambienti caratterizzanti le regioni da loro colonizzate, dando origine ad un elevatissimo grado di varietà locali. Queste ultime sono delle varietà di una stessa specie perfettamente adattate all’ambiente che le ha generate e risultano essenziali al fine di mantenere stabile ed integro un sistema agricolo, in quanto, più è elevato il grado di diversità genetica fra le colture, più è elevata la resilienza di un agroecosistema. Quando Colombo sbarcò nelle Americhe, già vi erano coltivate tra le 200 e le 300 varietà di mais.

Così come in passato il granturco faceva parte della cosiddetta triade latino-americana, ossia la consociazione agronomica costituita per l’appunto dal mais, dal fagiolo e dalla zucca, oggi esso, insieme al riso, al grano e alla patata, rappresenta il 50% degli alimenti consumati dall’uomo. Purtroppo però la diversità genetica del mais è in corso di erosione, così come quella di numerose altre specie coltivate. L’agricoltura moderna, pioniera delle monocolture intensive, della meccanizzazione delle pratiche agricole, dell’impiego dei fertilizzanti e degli agrofarmaci chimici di sintesi, della manipolazione genetica mediante biotecnologie, è l’attività umana che maggiormente contribuisce al cambiamento climatico in atto. Oltre alla frammentazione degli habitat conseguente alla deforestazione per fini agricoli, all’erosione accelerata dei suoli, alla contaminazione chimica delle acque e dei terreni, l’agricoltura industriale è responsabile della perdita di variabilità genetica in agricoltura. Nel nostro caso, attualmente, solo 6 varietà di mais rappresentano il 71% delle coltivazioni globali dedicate a questa specie. Inoltre, il granturco è, ad oggi, una delle principali colture geneticamente modificate su scala globale, occupando il 30% dei terreni destinati a tali coltivazioni.

Uno dei principali problemi ecologici connesso ad un agrosistema uniformato da un punto di vista genetico è il fatto che esso sia frequentemente soggetto ad infestazioni, determinando così un inesorabile calo in termini di produttività. A tal proposito, una ricerca della National Academy of Science, già nel 1972, affermava: “…se in America le coltivazioni di mais sono soggette ad infestazioni è perché la tecnologia le ha volute tutte uguali, come gemelli identici: se si ammala una pianta si ammalano tutte. “.

Questa pregiata specie agraria si è quindi originata in un contesto storico nel quale veniva valorizzata la diversità genetica e nel quale vi era particolare attenzione alle dinamiche ecologiche caratterizzanti un ambiente diversificato, per poi evolversi, in tempi moderni, in una delle specie simbolo dell’agricoltura industriale, un’agricoltura che, presto o tardi, dovrà necessariamente essere sostituita da pratiche agroecologiche compatibili con un progresso sostenibile delle società umane.

Simone Valeri

Bibliografia
Beadle, G. W. (1939). Teosinte and the origin of maize. Journal of Heredity, 30(6), 245-247.
Bocchi, S. (2015). Zolle: storie di tuberi, graminacee e terre coltivate (Vol. 256). Raffaello Cortina. Doebley, J. (2001). George Beadle’s other hypothesis: one-gene, one-trait. Genetics, 158(2), 487-493.
Eubanks, M. W. (1997). Molecular analysis of crosses between Tripsacum dactyloides and Zea diploperennis (Poaceae). Theoretical and Applied Genetics, 94(6-7), 707-712.

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