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Riserve marine in viaggio con le specie da salvare

La città canadese di Vancouver ha ospitato dal 16 al 20 febbraio il meeting annuale della AAAS, la società americana che promuove la cooperazione internazionale tra le scienze. L’appuntamento del 2012, di uno degli eventi scientifici più importanti in America, ha visto un susseguirsi di seminari e interventi di ricercatori e scienziati che hanno presentato i loro studi più recenti. Tra questi, la ricerca più innovativa nel settore della conservazione è stata quella presentata dal Prof. Larry Crowder dell’Università di Stanford per la realizzazione di un nuovo tipo di riserve marine protette.

Secondo l’opinione di diversi ricercatori è necessario istituire aree marine protette “mobili” per tutelare le specie oceaniche a rischio di estinzione: non più, quindi, limitate porzioni fisse di oceano in cui applicare le ferree regole anti pesca, poiché non riflettono il reale comportamento dinamico di alcune specie oceaniche.

La grande quantità di dati raccolti tramite la tecnica di radio-tracking, infatti, suggerisce di ricercare nuovi approcci per la conservazione degli organismi negli oceani. Il Prof. Crowder, coordinatore scientifico del Center for Ocean Solutions, sostiene che meno dell’1% dell’oceano è attualmente protetto e i parchi marini esistenti tendono ad essere realizzati intorno ad elementi fissi come barriere coralline o montagne sottomarine. Gli studi di radio-tracking, che forniscono dati spaziali sugli animali, però, indicano che molti organismi come pesci, mammiferi marini, tartarughe, uccelli marini e squali sono correlati a caratteristiche oceanografiche non legate a un punto fisso. Queste specie seguono percorsi e correnti che sono in relazione alle stagioni, dall’estate all’inverno, di anno in anno, in base a cambiamenti climatici oceanografici come El Niño o le fasi di variabilità climatica del Pacifico.

Secondo Crowder e altri biologi marini, la sfida oggi è quella di provare a creare un sistema di riserve marine che siano dinamiche, così come le creature che esse hanno il compito di proteggere.
Lo spunto per formulare questa nuova ipotesi è giunto dall’enorme quantità di dati provenienti dai progetti di marcatura e identificazione. Tutte le principali specie vengono “tracciate” per ampie distanze, usando strumenti incredibilmente sofisticati. Molte delle innovazioni che hanno migliorato le prestazioni e le funzioni dei telefoni cellulari sono state incorporate nei dispositivi di localizzazione di ultima generazione. Questi dispositivi non registrano solo gli spostamenti degli animali, ma rimandano informazioni anche sulle condizioni dell’oceano.

Kristin Hart, ricercatrice di ecologia presso la US Geological Survey sostiene: “Ora possiamo posizionare sensori multipli in un singolo dispositivo e quando si aumentano le prestazioni della batteria con elementi come i pannelli solari, si è creata l’opportunità incredibile di vedere cioè che sta facendo un animale in molteplici dimensioni e per lunghi periodi di tempo”. Secondo l’ecologa, che al meeting ha mostrato alcuni dei più piccoli dispositivi attualmente in uso, la dimensione è particolarmente importante quando si vogliono avere risposte sulle abitudini degli individui giovani o di quelli molto veloci come i tonni, evitando di creare ingombro all’animale con strumentazioni troppo grandi e impacciate o influenzarne il comportamento.

Oggi sappiamo come si comportano le specie marine nei confronti delle upwellings, ovvero le correnti che portano alla risalita delle acque profonde, e come gli organismi vadano in cerca di nutrienti attraverso la rete alimentare stabilita in queste condizioni dell’oceano. Questo tipo di eventi possono verificarsi e poi terminare o spostarsi. Per questo motivo, secondo il Prof. Crowder e i suoi collaboratori, le riserve marine future dovranno riflettere questo dinamismo e non essere determinate unicamente da coordinate geografiche su una mappa.

Paola Nucera


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Aggiunto in: Ambiente & Natura, Biologia Marina, Ecologia Animale

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