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La cernia: la regina delle scogliere sommerse

Con il nome di “Cernia” vengono indicate diverse specie d’acqua salata appartenenti alla famiglia Serranidae. Sono pesci ossei caratterizzati da un corpo massiccio e una bocca ampia con una mandibola più sporgente rispetto alla mascella. Vivono a stretto contatto con il fondo marino e in acque poco profonde. Possono arrivare fino a una lunghezza di 3,5 metri (Epinephelus lanceolatus tipica dell’Australia) e sono caratterizzate da una pinna dorsale unica rinforzata anteriormente da 9-11 spine. Molte di queste specie sono dotate di cromatofori che permettono un rapido cambiamento di colore così da garantire un miglior mimetismo.

Le Cernie abitano i mari tropicali, in particolare dell’oceano Indiano e Pacifico. Per quanto riguarda il Mediterraneo è possibile osservare alcune specie autoctone più qualcuna che si è avventurata all’interno del bacino in seguito all’apertura del canale di Suez. Autoctone dei nostri mari sono la cernia dorata (Epinephelus alexandrinus), la cernia bianca (Epinephelus aeneus) e la cernia rossa (Mycteroperca rubra). Anche se molto più rare, abitano questo mare la cernia di fondale (Polyprion americanus) e la cernia nera (Epinephelus caninus). Queste ultime due sono osservabili nel Mediterraneo solo durante i loro stadi giovanili. Tutte queste specie sono essenzialmente carnivore, ma avendo raggiunto un certo grado di specializzazione alimentare occupano diverse nicchie ecologiche. In questo modo la competizione interspecifica è molto attenuata. Sempre per quanto riguarda il mare Mediterraneo, la più comune è la cernia bruna (Epinephelus marginatus). Epinephelus marginatus è un pesce di grandi dimensioni che può raggiungere i 70Kg di peso. Distribuita lungo tutte le coste italiane, preferisce fondali rocciosi e acque con una profondità tra 8 e 100 metri, mentre gli esemplari giovani si stabiliscono più in prossimità della costa. Occasionalmente è possibile osservare alcuni individui anche nelle acque dell’Atlantico orientale, ma la specie preferisce stabilirsi all’interno del Mediterraneo. Caratteristiche della cernia bruna sono le pinne pettorali ampie e con margini arrotondati che, negli esemplari adulti, presentano una bordatura bianca. La pinna caudale è ampia e a forma di ventaglio con la parte terminale tondeggiante e di colore blu scuro. La livrea ha un colore di fondo bruno con macchie più chiare lungo i fianchi, ma varia comunque in funzione dell’ambiente circostante: può assumere una colorazione tendente al verde se il fondale è coperto da alghe, se il fondo è sabbioso possono comparire delle sfumature bianche. Il dorso in ogni caso si presenta generalmente scuro e il ventre giallastro.

La specie è ermafrodita proterogina perciò nello stesso individuo, all’interno delle gonadi, coesistono gameti maschili e femminili. Questi ultimi maturano prima e le Cernie nascono con funzioni sessuali femminili per poi assumere funzioni maschili una volta raggiunti i 10-12 anni di età e una lunghezza di circa 80 cm. Gli esemplari di grandi dimensioni sono dunque esclusivamente maschi.

La sua alimentazione è carnivora. La Cernia bruna è infatti un predatore vorace che si nutre principalmente di molluschi, crostacei e altri pesci. Essendo una specie estremamente sedentaria vive quasi sempre in prossimità del fondo roccioso ovunque ci siano validi nascondigli e una certa tranquillità. Una volta scelta quella che sarà la sua dimora e la sua zona di caccia raramente se ne allontana. La specie è perciò strettamente territoriale e ogni maschio dominante difende in modo aggressivo il proprio territorio dai propri conspecifici. Come tecnica di caccia predilige gli agguati rimanendo acquattata nell’ombra. Quando una possibile preda si avvicina, la Cernia spalanca l’enorme bocca aspirando la preda che viene ingoiata intera per poi essere digerita dai succhi gastrici all’interno dello stomaco.

All’interno del Mediterraneo la riproduzione avviene durante il periodo estivo. Intorno al mese di Luglio i maschi cominciano a segnalare la propria territorialità esibendo delle macchie più brillanti e perlustrano il proprio territorio muovendosi in modo frenetico scacciando ogni altro maschio che osi avvicinarsi. Di tanto in tanto questi maschi territoriali si dirigono verso zone meno profonde frequentate dalle femmine e cominciano un’opera di corteggiamento seguendo un singolare rituale. Le uova rilasciate non vengono protette dall’adulto e sono perciò soggette a una intensa attività predatoria.

La Cernia bruna è stato oggetto, negli ultimi anni, di una pesca eccessiva a causa della prelibatezza delle sue carni e dell’ambizione di pescatori sportivi. Questa caccia indiscriminata ha portato alla scomparsa della specie in molte zone costiere italiane. Poiché i maschi, di dimensioni maggiori si stabiliscono spesso a profondità maggiori, a rischio di cattura sono esposte prevalentemente le femmine. Questo crea un pericoloso squilibrio tra sessi che mette a repentaglio la sopravvivenza della specie. La maggior parte delle popolazioni sopravvivono oggi quasi esclusivamente all’interno di aree marine protette. Attualmente la specie è considerata a rischio estinzione ed è stata inserita nella Lista Rossa della IUCN con classificazione EN-Endangered.

Andrea Dramisino


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Aggiunto in: Biologia Marina, Ecologia Animale, Etologia, Zoologia

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2 commenti a "La cernia: la regina delle scogliere sommerse"

  1. Fabio Ciocci ha detto:

    Per quanto mi riguarda, con dati derivanti dall’osservazione diretta in mare, nella mia zona, Tirreno centrale, Anzio, Torre Astura e relative secche il numero delle cernie brune è in notevole crescita; ogni anno se ne vedono di più, così come i pesci serra e le orate e sono le uniche tre specie di pesci di interesse per la pesca in apnea la cui presenza è in aumento. Saraghi, Spigole, Corvine e Dentici, prede tradizionali del pescatore apneista, sono invece in forte calo, così come pure l’incontro con ricciole di taglia.
    Le cernie hanno beneficiato sicuramente del divieto di pesca con l’autorespiratore e la loro abitudine di vivere ad elevate profondità nonché la torbidità delle nostre acque le protegge.
    Invece le spigole, una volta regine di queste zone, sono state decimate dai pescatori con la canna che usano il bigattino come esca che ne hanno fatto per anni secchi pieni di esemplari di 100 grammi , nonché dalla concorrenza dei voraci pesci serra, che gradiscono molto le mutate condizioni di temperatura delle nostre acque.
    I dentici, altri pesci molto difficili da catturare per noi pescatori subacquei, sono invece stati falcidiati dalla pesca a traina col vivo e dal vertical jigging, oltre che dai tramagli dei professionisti.
    Le ricciole adulte vengono invece sterminate dai professionisti che pescano coi cencioli, che a volte ne catturano branchi interi.
    L’inquinamento delle acque ha fatto la sua parte, così come la nautica ed il sovraffollamento estivo, ma devastante nel sotto costa è stato l’impatto delle opere di ripascimento delle spiagge; tonnellate di sabbia sono state sparate dalle navi speciali addette a questo compito, sabbia che le correnti hanno sparpagliato anche sui fondali rocciosi , dove hanno intorbidito le acque e ricoperto gli scogli, danneggiando gravemente l’habitat.
    Abbiamo così più ombrelloni per i bagnanti ed acque più torbide e meno habitat per il pesce, con buona pace della difesa ambientale.
    Tutto questo per sottolineare che i tanto temuti ed additati pescatori subacquei apneisti hanno sui pesci impatto prossimo allo zero…

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