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Antartide. I microfossili rivelano il ritiro dei ghiacci nel Mare di Amundsen

La nave Polarstem RV nella Pine Islands Bay, Antartide occidentale (fonte Sciencedaily)

La nave Polarstem RV nella Pine Islands Bay, Antartide occidentale (fonte Sciencedaily)

Le date al radiocarbonio di alcuni microfossili marini rinvenuti nei sedimenti dei fondali dell’Antartide occidentale offrono nuovi indizi sulla recente rapida perdita di ghiaccio della calotta e aiutano gli scienziati a migliorare le previsioni sul futuro livello del mare.

Si ritiene che questa regione del continente ghiacciato sia molto sensibile al riscaldamento climatico globale e ai cambiamenti della locale circolazione oceanica.

Sulla rivista Geology un team formato da ricercatori del British Antarctic Survey (BAS), dell’Istituto Alfred Wegener per la Ricerca polare e marina (AWI) e dell’Università norvegese di Tromso, hanno descritto una timeline, una ricostruzione cronologica sul ritiro dei ghiacciai del Mare di Amundsen, nell’Antartide occidentale.

Il team ha concluso che i rapidi cambiamenti osservati dai satelliti negli ultimi 20 anni nella regione di Pine Islands e nel ghiacciaio di Thwaites, uno dei più importanti dell’Antartide, sarebbero un evento eccezionale e poco probabile che si sia ripetuto per  più di tre o quattro volte negli ultimi 10mila anni.

Questo studio rientra in un progetto comune di studiosi dei Poli, provenienti da vari Paesi, per capire se i recenti rapidi cambiamenti in Antartide siano stati realmente eventi eccezionali nel passato geologico del continente.

Il team ha studiato il tasso medio di ritiro dei ghiacciai dall’ultima glaciazione, circa 12mila anni fa. Lo studio ha riguardato Pine Islands e l’enorme ghiacciaio Thwaites, da cui defluisce il ghiaccio dell’intera calotta occidentale antartica fino alla  Pine Islands Bay.

L’autore principale, Dr Claus-Dieter Hillenbrand, del BAS, dice: “Dall’enorme accumulo di neve e di ghiaccio che si forma sulla vasta calotta polare antartica hanno origine i ghiacciai che vanno a confluire verso l’oceano, dove spesso danno luogo a piattaforme di ghiaccio galleggianti e talvolta invece si frantumano in iceberg.

Una questione fondamentale per noi è capire come la “groundline” – la linea che separa la porzione di ghiaccio che rimane attaccata alla terraferma dal ghiaccio che invece galleggia sul mare, laddove i ghiacciai danno luogo alle piattaforme di ghiaccio – nel corso del tempo si sia spostata indietro, sia arretrata verso il continente.

Profonde spaccature della piattaforma di ghiaccio in Antartide (fonte NASA)

Profonde spaccature della piattaforma di ghiaccio in Antartide (fonte NASA)

I dati satellitari sono disponibili solo per gli ultimi 20 anni e mostrano che dal 1992 sia il ghiacciaio di Pine Islands che il ghiacciaio Thwaites hanno subìto una significativa fusione, una accelerazione del flusso di ghiaccio e un rapido arretramento verso l’interno della loro groundline; come, ad esempio, è accaduto a quella del ghiacciaio di Pine Islands che si è ritirata di 25 Km. Ed è probabile, peraltro, che queste groundlines in un prossimo futuro possano ritirarsi ancor più verso l’interno.

Il nostro studio ha rilevato che episodi di ritiro rapido simile a quello osservato negli ultimi decenni si sono verificati molto raramente durante gli ultimi 10mila anni.”

L’indagine è stata effettuata nel 2010 durante una spedizione a bordo della nave tedesca Polarstem RV. Il team scientifico ha usato carotieri a gravità di una lunghezza di circa dieci metri per estrarre il fango dal fondale della piattaforma continentale nel Mare di Amundsen.

Il co-autore, Dr Gherard Kuhn, dell’AWI, spiega: “Lo studio è stato importante per comprendere meglio il rapido ritiro che abbiamo avuto modo di osservare dall’esame dei dati satellitari. Per il carotaggio abbiamo scelto tre creste sottomarine relativamente poco profonde situate in un raggio di 110 chilometri dalla attuale groundline e dal fianco di una profonda valle glaciale scavata sul fondo del mare dai ghiacciai durante antichi avanzamenti del ghiaccio.   Questi siti ci hanno dato la possibilità di raccogliere i piccoli scheletri e i gusci di fossili marini costituiti di carbonato di calcio. Questi microfossili calcarei sono fondamentali per l’utilizzo della tecnica del radiocarbonio al fine della determinazione dell’età dei sedimenti, ma di solito si rinvengono molto raramente sulla piattaforma continentale antartica”.

Un altro co-autore, il Dr. James Smith, anch’egli appartenente al BAS, aggiunge: “In primo luogo abbiamo determinato la distanza tra le posizioni di partenza e l’attuale posizione della groundline. Quindi dalla datazione dei sedimenti materiali depositati in mare aperto, dopo che la groundline si era spostata verso l’interno, siamo stati in grado di calcolare il tasso medio di ritiro dei ghiacciai nel corso del tempo”.

Questa nuova ricerca viene usata per verificare l’accuratezza dei modelli computerizzati, essenziali per prevedere le future perdite di ghiaccio della calotta antartica occidentale nella regione del Mare di Amundsen e il contributo che ne deriva per l’innalzamento del livello marino globale.

Nel corso dei due decenni passati la fusione dei ghiacciai dell’Antartide occidentale ha contribuito significativamente all’innalzamento del livello del mare. Recenti studi hanno suggerito che, qualora la fusione continuasse, potrebbe alzare il livello globale dei mari fino a 0,3 mm all’anno.

La maggior parte delle datazioni al radiocarbonio sono state effettuate dal National Environment Research Council Radiocarbon Facility, mentre la ricerca è stata finanziata dal NERC (Natural Environment Research Council e dall’Alfred Wegener Institute (AWI).

Leonardo Debbia
20 gennaio 2013

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