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Sulle Montagne Rocciose si allunga la stagione della fioritura

Uno studio durato 39 anni sui fiori selvatici di un prato delle Montagne Rocciose, in Colorado, mostra che più di due terzi dei fiori alpini hanno cambiato tempi e modi di fioritura in risposta ai cambiamenti climatici.

Non soltanto la metà dei fiori inizia a sbocciare settimane prima, ma più di un terzo anticipa il picco di fioritura prima del tempo, mentre i rimanenti raggiungono le loro ultime fioriture già nel corso dell’anno.

La stagione della fioritura, che solitamente durava da fine maggio ai primi di settembre, ormai si è allungata dalla fine di aprile alla fine di settembre, secondo David Inouye, docente di Biologia presso l’Università del Maryland.

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Crested Butte, Colorado. Fiori come questi attirano migliaia di turisti. Dal 1974 la stagione della fioritura si è anticipata di un mese e ha una durata più lunga, a causa del clima più caldo (credit: David Inouye)

Osservazioni e registrazioni di più di due milioni di fiori selvatici sulle Montagne Rocciose, dimostrano che la fioritura delle piante in risposta al cambiamento climatico è ben più complessa di quanto si sia ritenuto finora, con diverse specie che rispondono in modi del tutto inaspettati.

Le combinazioni delle specie di fiori che sbocciano tutte insieme stanno cambiando troppo, con potenziali impatti sugli insetti e sugli uccelli.

Gli studi che si concentrano solo sulla data della prima fioritura – come molti fanno – sottovalutano questi cambiamenti, afferma Inouye, l’autore principale dello studio, pubblicato qualche giorno fa sulla rivista on line Proceedings of the National Academy Acts of Sciences.

La fenologia, la scienza che si occupa della classificazione e della registrazione degli eventi rilevanti nello sviluppo degli organismi, in particolare per quelli incapaci di regolare la propria temperatura in modo indipendente da quella ambientale, come piante e insetti, è fondamentale per capire come il cambiamento climatico stia influenzando le piante, gli animali e le relazioni che li legano nelle comunità naturali.

Per poter ottenere ulteriori risultati dall’esame di questo fenomeno, gli studiosi stanno raccogliendo dati attuali, confrontandoli attentamente con le vecchie registrazioni come, ad esempio, gli appunti dei naturalisti dilettanti.

“La maggior parte degli studi effettuati si basa sulle prime date di eventi accaduti, come la fioritura o la migrazione, utilizzando un insieme di dati che sono però storici, non scientifici”, dice Inouye. “La prima fioritura è facile da osservare. Non si deve prenderci cura di contare i fiori. Questa spesso è l’unica informazione disponibile”.

Nel 1974, quando prese a contare i fiori su una montagna a 2700 metri sul livello del mare, presso il Laboratorio Biologico delle Montagne Rocciose, a Crested Butte, in Colorado, Inouye non pensava certo agli effetti di un clima sempre più caldo.

“Ero un laureato che studiava colibrì e bombi per conoscere la disponibilità delle risorse di nettare. Così, mi sono messo a contare i fiori”, racconta Inouye.

Dapprima da solo, poi con un lavoro di équipe, contando i fiori che sbocciavano ogni giorno in ciascuno dei 30 appezzamenti di terreno assegnatigli, per cinque mesi all’anno, in quattro decenni il gruppo accumulò una massa di dati riguardanti ben 2 milioni di fiori, tutti contati pazientemente.

Da questa monumentale raccolta di dati scaturirono 60 specie più comuni.

I ricercatori hanno osservato che i tempi di fioritura sono in rapida evoluzione. Il primo fiore di primavera è sbocciato 6 giorni prima ogni decennio, nell’arco di tempo della ricerca. Il picco della fioritura si è spostato indietro di 5 giorni per decennio e l’ultimo fiore si è aperto in autunno, 3 giorni più tardi per ogni decennio.

In altre parole, la stagione della fioritura è andata progressivamente allungandosi, mediamente di 8 giorno per ogni dieci anni.

In 40 anni si sono raggiunti 32 giorni, praticamente un mese in più.

“Per un ecosistema di montagna, con una stagione di crescita breve, è un grande cambiamento”, dice Amy Iler, anch’ella ricercatrice della stessa Università del Maryland.

Fra tutte le specie che hanno modificato i tempi della fioritura, solo il 17 per cento ha anticipato l’intero ciclo. Il resto ha mostrato cambiamenti più complicati.

“Quello che vogliamo sottolineare è che la prima fioritura non è sempre il miglior indicatore di tutti i cambiamenti che avverranno”, avverte Paul Caradonna, ricercatore dell’Università dell’Arizona. “Dobbiamo guardare i fenomeni più da vicino per poter vedere tutti i modi in cui il cambiamento climatico va ad incidere sulle comunità di fiori selvatici”.

Ad ogni modo, è ormai evidente che le modifiche hanno un forte impatto sugli insetti impollinatori e sugli uccelli migratori.

Ad esempio, tornando a considerare i colibrì, si può esser certi che questi uccelli, sulle Montagne Rocciose, nidificano al picco della fioritura, quando c’è abbondanza di nettare dei fiori per i piccoli affamati. Ma, essendosi allungata la stagione, ad un certo momento le piante smettono di produrre più fiori. Lo stesso numero di fiori si sviluppa su più giorni e al picco della fioritura ci possono essere meno fiori a disposizione.

Ci sarà quindi abbastanza cibo per i giovani colibrì?

Per scoprirlo, Inouye prevede di adattare ai colibrì adulti dei trasmettitori radio e studiare così come interagiscono con le fioriture durante la prossima estate.

Leonardo Debbia
21 marzo 2014

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