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Da Durban nessuna soluzione concreta e immediata

Da Durban nessuna soluzione concreta e immediata

Da Durban nessuna soluzione concreta e immediata

La Conferenza sul Clima a Durban si è conclusa confermando le previsioni dei più realisti, cioè con dei risultati fondamentalmente mediocri. In breve è stato confermato il Kyoto 2 dalla maggioranza dei paesi partecipanti, esclusi gli Usa (tra i non firmatari anche nel ’97), la Russia, l’Australia e il Giappone; è stato avviato un percorso per la ratificazione di un accordo vincolante entro il 2015, che entrerà in vigore solo nel 2020; sono stati confermati, ma con numerose incertezze, i 100 miliardi di dollari del Fondo Verde, da fornire entro il 2020 come sussidio per le politiche ambientali dei paesi in via sviluppo.

Anche stavolta l’Europa ha svolto un ruolo centrale, nonostante le difficoltà interne dovute alla crisi economica. Tra i protagonisti anche l’Italia. Rispetto a 20 anni fa «quello che è cambiato radicalmente – spiega il Ministro all’Ambiente, Corrado Clini – è la geografia dei rapporti di forza. I piu’ grandi investitori in tecnologie a basso contenuto di carbonio – osserva – sono i Paesi emergenti, con la Cina in testa. Ci sono invece ritardi dagli Usa e dal Canada, anzi battute d’arresto».

È stato proprio il Governo Italiano il principale interlocutore del colosso asiatico, oltre al quale, al seguito del Vecchio Continente, si aggiungono le maggiori economie emergenti: Brasile e India. Considerando i continui veti posti da questi paesi durante gli ultimi incontri internazionali, questo appare un risultato più che buono. Il principale problema irrisolto è ancora il così detto “gigatonne gap”, cioè la differenza tra la riduzione delle emissioni di CO2 stabilita dai Governi dei vari stati, e quella realmente necessaria per evitare l’irreversibilità dei cambiamenti climatici. I provvedimenti che s’intendono attuare, infatti, si limitano a contenere l’aumento della temperatura media del pianeta di 4°C, quando la comunità scientifica consilia di non superare i 2°C. «L’Europa – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – da subito si deve fare promotrice, con il sostegno dell’Italia, di un piano per colmare questo gap e aggiornare al 30% il proprio impegno di riduzione delle emissioni di gas-serra al 2020. Per l’Europa si tratta di un impegno che non richiede grandi sforzi aggiuntivi e in linea con le politiche climatiche ed energetiche adottate a livello comunitario. L’Unione europea, infatti, è già a un passo dal raggiungimento dell’obiettivo del 20% al 2020 visto che nel 2010 le emissioni dei ventisette paesi sono già diminuite del 15,5% rispetto al 1990». Ci si stupisce del fatto che, a quasi vent’anni dalla prima Conferenza internazionale e nonostante la mole di materiale scientifico pubblicata negli ultimi decenni, la politica internazionale non sia ancora in grado di dare una risposta, assecondando il bene della nostra specie rispetto a ciò che pretendono i poteri economici forti. Tra i più speranzosi ed attivi, durante quest’incontro, proprio i rappresentanti dei Governi delle piccole isole, le cui popolazioni sono le più esposte alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia che ha seguito i negoziati a Durban, ha dichiarato: «I Governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati, ma il loro compito è proteggere la loro gente. E in questo, qui a Durban, hanno fallito. La scienza ci dice che dobbiamo agire subito, perché gli eventi meteorologici estremi, la siccità e le ondate di caldo causate dal cambiamento climatico peggioreranno. Ma oggi è chiaro che i mandati di pochi leader politici hanno avuto un peso maggiore delle preoccupazioni di milioni di persone, mettendo a rischio le persone e il mondo naturale da cui le nostre vite dipendono. “Catastrofe” è una parola dura, ma non abbastanza da descrivere un futuro con 4 gradi di aumento della temperatura globale».


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